Le Confessioni D´un Parroco

foto de Pastora y Juan Scarano
foto de Pastora y Juan Scarano

PREMESSA *        *PREFAZIONE

*Agli amici e conoscenti*               *Prologo del Giovanni Scarano

Capitolo I * Capitolo II * Capitolo III * Capitolo IV  * Capitolo V*  Capitolo VI *Capitolo VII *Capitolo VIII *Capitolo IX *Capitolo X  *Capitolo XI *CapitoloXII *CapitoloXIIICapitolo XIV*Capitolo XVCapitolo XVICapitolo XVIICapitolo XVIIICapitolo XIXCapitolo XXCapitolo XXICapitolo XXIICapitolo XXIIICapitoloXXIVCapitolo XXVCapitolo XXVICapitolo XXVIICapitolo XXVIIICapitolo XXIXCapitolo XXXCapitolo XXXI*

Il Piccone

PREMESSA

L’emozione e la trepidazione che si provano quando all’improvviso ci si trova davanti a qualcosa di nuovo e sconosciuto costituiscono una sensazione difficilmente descrivibile; Ancor più forti e coinvolgenti si avvertono insieme il piacere ed il timore per l’avventura che si sta per vivere quando quel qualcosa è un libro, un testo che racconta una vicenda umana apparentemente lontana dal tuo tempo e dal tuo mondo e che invece scopri che ti appartiene totalmente, perché tratta di luoghi, persone e fatti che avverti così prossimi che ti assale la sgradevole sensazione che, fino a quel momento, hai vissuto privo di un frammento importante della tua storia.

Non è stato facile rintracciare il libro di Giovanni Scarano, «Le confessioni d’un parroco», perché l’oblio l’aveva ben nascosto sotto uno spesso strato di polvere. La buona sorte però, con il concorso di tante persone affezionate all’autore e alla sua vicenda, ha voluto che venisse ritrovato in un fondo di una piccola biblioteca di provincia.

Con estremo senso di responsabilità, con profondo rispetto per l’uomo e la sua avventura terrena e col consenso dei pronipoti di Giovanni Scarano, siamo lieti di proporre la ristampa integrale del suo testo, convinti che la sua divulgazione possa rappresentare un piccolo contributo alla restituzione della dignità e del valore ad un uomo che ha scelto di vivere fino in fondo e con consapevolezza un amaro destino, pur di non tradire il Pensiero suggeritogli dalla sua Ragione.

Il fortunato e imprevedibile contatto con alcuni discendenti di Beniamino Mastroiacovo (1845-1897), oggi residenti in Argentina, ci ha dato l’opportunità di conoscere la storia e la vita di Giovanni Scarano, che nacque a Trivento il 30 marzo 1872 da Luigi e Carolina Molinaro, sesto di sette figli, fratello del noto professore e saggista Nicola.

La sua fanciullezza fu turbata dalla precoce scomparsa della mamma e la sua giovinezza, come egli direttamente racconta, risultò priva della naturale «spensierata giocondità». Compì gli studi presso il Seminario Diocesano di Trivento e, giovanissimo, venne ordinato sacerdote. Nel 1900, a soli 28 anni, fu nominato parroco della Chiesa di Molise, svolgendovi gli uffici con la stima dei superiori e l’apprezzamento del popolo, diviso tra lo studio e le pratiche del suo ministero. I14 Ottobre 1901. nella Chiesa di Santa Maria in Valleverde dei Frati Minori in Celano AQ). fu chiamato a tenere un panegirico su San Francesco, di cui si conserva traccia grazie alla pubblicazione curata dall’editrice «San Bernardino» di Siena. Nulla, sin a quel momento, lasciava presagire la decisione che stava maturando nel suo animo e che, come fulmine a ciel sereno, si manifestò nel 1904 con la decisione di abbandonare l’abito sacerdotale. Gli anni che precedettero questa scelta estrema furono per Giovanni Scarano un periodo di grande tormento interiore che, ripetutamente, lo portò sull’orlo del suicidio. Con grande forza d’animo e profonda serenità di spirito, egli rifuggì da tale tentazione, consapevole di andare incontro ad un destino che gli riservò privazioni e mortificazioni spirituali e materiali. Venne colpito, infatti, da scomunica maggiore che, per definizione, condannava lo scomunicato ad essere allontanato ed evitato dai membri della famiglia cristiana in quanto persona contagiosa, ed espulso materialmente dalla vita associata perché ritenuto pericoloso. Caduto in miseria e senza alcuna prospettiva di ricostruirsi una vita civile nella propria terra, decise di espatriare in Argentina dove incontrò una giovane ispanica, che sposò nel 1909, e dalla quale ebbe cinque figli. Ricostruì, così, una propria dimensione civile ed umana attraverso duro lavoro e forte devozione verso la famiglia finché, nel 1920, un incidente occorsogli nello svolgimento dell’attività di cura e gestione della sua azienda boschiva, mise fine alla sua tormentata esistenza.

Il suo dramma, rivelato nel testo proposto in ristampa, non può lasciare indifferenti i lettori che, tra le righe, coglieranno la profondità di pensiero dell’autore, la sua strutturata cultura classica e un sorprendente interessamento all’evoluzione del pensiero contemporaneo che si manifesta, significativamente, attraverso l’attenzione che il personaggio pone all’analisi delle opere dei maggiori interpreti della cultura filosofica e scientifica del suo tempo.

Desta grande interesse il constatare come egli, nel 1904, ben tredici anni prima della Rivoluzione di ottobre, pur avvertendo segnali inequivocabili dell’affermazione dell’ideologia marxista nella società del suo tempo, ne stronchi la valenza di pensiero risolutivo della precarietà dell’organizzazione sociale, affermando che «è in realtà una violenta reazione che prepara rappresaglie e vendette, perché invece di attutire le passioni le eccita e le alimenta; invece di educare vuol trasformare; invece di eguagliare tende a rivendicare; continuando così quell ‘altalena disastrosa di chi sale e chi scende, a scapito di tutti. Il socialismo, fatto arma per dare la scalata al potere, deve fallire necessariamente al suo fine generoso. “

Luigi Fagnani

Alessandro Vasile

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Della vita in Argentina di Giovanni Scarano sono giunte a noi solo poche e .frammentarie notizie. Grazie soprattutto ai suoi pronipoti ed in particolare a Romulo Alejundro Scarano e sua moglie Maria Rosa Barbaran, è stato possibile conoscere altri pochi, ma significativi momenti della sua vita . Qui di seguito, il ricordo che traccia del suo bisnonno Romulo Alejandro Scarano,.

La Repubblica Argentina si preparava a festeggiare i suoi cento anni di indipendenza quando la nave entrò nel Rio de la Plata, portando in terra americana Giovanni Scarano. Una volta arrivato a Buenos Aires, camminando lungo il marciapiede dove nacque il Tango, venato di nostalgia per la patria di Garibaldi e la voce di Enrico Caruso, Giovanni incontra un’adolescente santiaghegna di nome Pastora Ibàfiez, dal viso moro e il carattere forte e ardito, il cui sguardo gli folgorò il cuore. Poco dopo, unitosi in matrimonio con questa giovane, Giovanni, continuando il suo viaggio nel cuore dell’Argentina, giunse in una remota regione situata nella pianura a nord, il cui paesaggio è dominato da immensi boschi di alberi giganti. Ad ovest della città di Santiago del Estero, nella piccola cittadina di cui era originaria la sua giovane moglie, chiamata «Choya», un luogo quasi nascosto, che proprio in quegli anni, grazie alla costruzione della ferrovia, attraversava un momento di particolare fervore economico e culturale, stabilirono la loro residenza. Giovanni iniziò ad avviare una grande impresa forestale dalla quale traeva i mezzi per sostenere la sua numerosa famiglia composta da cinque figli. Furono anni felici e economicamente tranquilli. Ma la nostalgia dell’Italia cominciò a mordere il suo cuore e, sperando di vincere le resistenze opposte dalla moglie, iniziò a prepararsi per liquidare le sue attività e far ritorno alla terra dei suoi genitori. Fu proprio in quel tempo che rimase vittima di uno strano incidente con la carrozza a cavalli, che abitualmente utilizzava per sovrintendere ai lavori nella sua azienda. Morì dopo un paio di giorni di agonia lasciando una giovane vedova e cinque bambini. Un amministratore dal carattere cattivo e prepotente, approfittando della situazione, espropriò la famiglia di ogni bene riducendola nella povertà più commovente da cui scaturì anche l’isolamento dalle radici parentali. Il ritratto di Giovanni Scarano in America appartiene più al regno della leggenda che del racconto obiettivo, freddo e storico. I suoi pronipoti non hanno mai visto le sue foto sui muri della casa e non hanno neanche mai trovato, nascosti in vecchi bauli e soffitte, le sue immagini e i suoi ricordi. Quel poco che hanno appreso del loro bisnonno italiano è stato estratto dalla memoria delle conversazioni familiari nelle quali, occasionalmente, hanno potuto ascoltare episodi e aneddoti.

La localizzazione di tutti i racconti a sempre stato it villaggio di «Choya», un luogo – oggi fantasma – che si trova a ovest della citta di Santiago del Estero e che, in quegli anni (1920), a stato it rifugio culturale e sociale di un’ aristocrazia pretenziosa. Tra le storie piu memorabili per tutti not allora bambini, quella che ricordiamo con maggior nitidezza a la fine del suo libro «Le confessioni d’un parroco», che la vedova Pastora lbaliez, in un moment° di disperata follia, brucio insieme a tanti altri ricordi. Questo episodio a stato sempre raccontato a voce bassa affinche i bambini non ascoltassero e proprio per questo, si a impresso nella nostra memoria con l’impronta indelebile della storia proibita. Grazie alla ricerca condotta, oggi possiamo conoscere gli scritti del bisnonno Giovanni. Prima di ricevere la copia del suo libro, pensavamo che non esistesse o che fosse un giornalino e niente di piu. Solo le zie piu anziane raccontavano dell’ esistenza di questo libro. Tradizione della famiglia fu mantenere i nomi dei figli, tutti di radice inequivocabilmente italiana: Aida, Romulo, Nelida, Arnaldo e Isauro. Non 6 noto perche Giovanni scelse Romulo come nome per it primo figlio maschio, nome che fu in seguito utilizzato peril nipote e ilpronipote.

Romulo Alejandro Scarano

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PREFAZIONE

Diceva Norberto Bobbio che non gli piaceva distinguere le persone tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti. Questo aforisma mi è tornato subito alla mente leggendo la presente opera che ha ormai superato il secolo dalla prima e finora unica edizione e che ha un titolo che può trarre in inganno. Già le parole latine poste sotto il titolo e che verranno spiegate solo alla fine come citazione «emendata» di un Salmo, fanno capire il tono che attraverserà tutto il libro e che l’Autore, onestamente, confesserà da subito nella prefazione: «Pur senza fede alcuna, accettai l’esistenza come una necessità naturale, mosso, più che da altro, da un sentimento sincero e profondo di altruismo».

La complicazione, per un animo sensibile e provato da lutti familiari, avviene a causa di una scelta in contrasto con la sua mancanza di fede: «Dominato da un tal sentimento (di altruismo), ebbi la debolezza e l’incoscienza di accarezzare l’idea di entrare nella società con la veste di sacerdote cristiano…non avendo allora il coraggio di tornare indietro, feci ogni sforzo possibile per illudere me stesso, attaccandomi al mio pensiere (sic!) dominante: essere tutto degli altri e nulla per me». Ho voluto citare ampiamente parole che ciascuno potrà leggere nel libro stesso, per dare carne alla mia riflessione sul libro di un autore che era con disprezzo chiamato «spretato» ed essendo io stesso, invece, prete cattolico.

Quando Giovanni Scarano scrisse Le confessioni di un parroco era ancora arciprete del piccolo paese di Molise, nella diocesi di Trivento ma, di lì a poco, proprio per questo libro così amaro e sprezzantemente ironico contro i fondamenti del cristianesimo, sarebbe stato colpito dalla scomunica maggiore per partire poi verso l’America latina dove si sarebbe fatto una nuova vita con moglie e figli, spezzata da un incidente che da molti, nella sua antica terra, sarebbe stato letto come il segno di una punizione divina.

A dispetto del titolo, non si tratta di un libro stile Diario di un curato di campagna di Bemanos, dove pure è descritta mirabilmente una profonda crisi di fede di un parroco francese, risolta sul letto di morte, perché la fede, il Nostro, semplicemente non l’aveva. E neppure questo libro può essere collocato, nonostante il tempo in cui fu scritto (1904) nell’ambito della crisi modernistica che attraversava a quel tempo la chiesa cattolica, perché lo Scarano non ha intenzione di proporre una riforma del cattolicesimo o un aggiornamento del suo linguaggio teologico sulla base di un approccio critico e razionalistico ai testi sacri, ma semplicemente la sua abolizione, come ogni forma di religione, vista da lui come morbo dell’umanità, e che deve essere debellata come le malattie fisiche, grazie all’ingegno umano. Egli non contrappone ai manuali della teologia scolastica le riflessioni di teologi protestanti o, appunto, modernisti, ma oppone Tommaso a Darwin, la creazione all’evoluzione, la materia (unica realtà, per lui) allo spirito (proiezione, secondo lui, delle elucubrazioni umane). Perché allora ho accettato di spendere qualche parola su un libro che non è certamente tenero verso quelle realtà che con il mio ruolo di prete rappresento? Alla luce dell’aforisma iniziale, mi hanno spinto due motivi: il primo è legato all empatia provata per il dramma vissuto interiormente da un uomo; il fatto che a un certo punto della vita ha sentito l’esigenza di essere finalmente se stesso, lo rende una persona stimabile da parte di chi non tollera l’ipocrisia e il perbenismo. La sua condizione di prete cattolico integerrimo (ben rappresentata da un altro testo pubblicato a suo nome appena tre anni prima, cioè un panegirico per la festa di S. Francesco, dove abbonda un linguaggio ampolloso di grande deferenza verso la chiesa e il papato) che nascondeva l’animo di un ateo convinto, lo ha lacerato a tal punto da indurlo quasi al suicidio. Queste confessioni potrebbero essere viste, allora, come una forma di liberazione terapeutica, sull’onda di quella psicanalisi che lo Scarano non conosce, ma che proprio in quegli anni mette le fondamenta nell’opera di Freud. Il secondo motivo è dato da una domanda che mi ha attraversato la mente mentre leggevo già la prefazione del libro: come mai una persona così sensibile, entrando nelle file della chiesa, non ha trovato persone che lo potessero mettere in questione, che lo facessero interrogare sulla parte più nobile del messaggio cristiano, non tanto con le parole, in quanto lo Scarano già le conosceva, quanto piuttosto con l’esempio? Egli dice testualmente: «nella vita dei miei compagni di ministero, eguali e superiori, ho constatato l’egoismo e l’ipocrisia, in compagnia sempre di due, tre o tutti i vizi capitali, fatte rare eccezioni». E, nel capitolo XXIX dice con amarezza: «Cristo predicò l’eguaglianza, ma i suoi successori hanno sentito il bisogno di costituire una gerarchia che va dal Pontefice di Roma all’ultimo scagnozzo, abbracciando la lunga serie di Principi di S. Chiesa, di Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi, Monsignori, Prelati, Canonici, Arcipreti, ecc., con diritti e privilegi speciali, e l’obbligo di mandare anime in paradiso a furia di messe, di funerali e di predicozzi, o meglio, a furia del vile metallo. Ma quando si sguazza nell’oro e nell’abbondanza, quando si abitano vastissimi palazzi…quando si negozia in Borsa e si comprano ville, quando si fa anche l’usura con le proprie pecorelle, quando tutto si paga e si mercanteggia, quando a furia di pagare si aprono le porte del purgatorio e del paradiso, oh! allora non bisogna avere la faccia fresca e la spudoratezza di chiosare dal pulpito il discorso della montagna e predicare l’Evangelo». Di fronte a questa denuncia che, mutatis mutandis, anche oggi lo Scarano potrebbe rivolgere a non pochi, e a tante altre sue riflessioni, mi risuonavano nella mente le parole di Ignazio IV, patriarca della chiesa greco-ortodossa di Antiochia: «Senza lo Spirito Dio è lontano, Cristo resta nel passato, l’evangelo è lettera morta, la chiesa una semplice organizzazione, l’autorità dominio, la missione propaganda, il culto un’evocazione e l’agire cristiano una morale da schiavi». Queste parole si addicono bene al parroco ateo, che mancava del lume della fede e quindi non sapeva andare oltre a quello che la sua ragione gli diceva su Dio e sul cristianesimo, ma ancor più forse si addicono a quanti lui ha incontrato come compagni di ministero e che non erano animati dal fuoco dello Spirito, ma piuttosto da interessi umani ed erano manchevoli di quella fede necessaria a far interrogare una persona forse in cerca di segni e di risposte. Nei diversi capitoli del libro l’Autore, dopo aver fatto una chiara esposizione di ciò in cui crede e che ha rafforzato con la lettura di diversi testi, cioè il materialismo più assoluto, da persona formata dalla manualistica della scolastica ottocentesca, fa una sua particolare esposizione dei contenuti della fede cattolica, presentando tutte quelle che egli ritiene contraddizioni riguardo al Dio creatore, alla natura dell’anima, al peccato originale, al libero arbitrio. Potremmo quasi considerare questa parte del libro un anti-manuale che prende di mira un modo di presentare la dottrina cattolica che è andato avanti fino al Concilio Vaticano II. Molti argomenti affrontati sono stati in realtà superati dal cambiamento che è avvenuto nella teologia cattolica, proprio grazie all’ultimo Concilio, per cui in alcune parti ci si immerge in discussioni antiquate e alcuni capitoli possono risultare alquanto prolissi per l’uomo e il credente di oggi. Tuttavia nel libro si può respirare l’aria cupa che attraversava quegli anni la chiesa, dove anche chi, da credente, metteva in discussione alcuni linguaggi o approcci alla fede cristiana, veniva messo ai margini, perseguitato e scomunicato. Oggi, per esempio, sappiamo, e possiamo affermare liberamente, che i racconti della creazione e del peccato originale appartengono alla categoria del mito, e si parla tranquillamente dei diversi generi letterari della bibbia, ma al tempo in cui Scarano scriveva, chiunque avesse messo in dubbio la storicità di alcuni racconti, incorreva nella condanna da parte delle gerarchie ecclesiastiche; per cui persone di grande sensibilità culturale, come ad esempio Ernesto Bonaiuti, vennero scomunicate per aver usato gli strumenti della ricerca storica nello studio della bibbia e della teologia, pur senza mettere in dubbio la propria fede. Il nostro Autore, che si faceva delle domande a partire da un punto di vista immanentistico, percepiva in molte affermazioni di quella teologia una grande disumanità e una contraddizione con l’idea di un Dio buono e provvidente, anche se egli lo riteneva solo un’invenzione dell’uomo. Ne sarebbe passata di acqua sotto i ponti della teologia prima di trovare un linguaggio che tenesse conto del dramma della sofferenza umana per fare un discorso adeguato su Dio. Dovrà passare il secolo delle guerre mondiali e dei campi di sterminio per trovare un linguaggio più umile che renda giustizia all’uomo e al Dio cristiano! Forse lo Scarano non avrebbe trovato lo stesso la fede, ma avrebbe avuto l’occasione per sentire più umanità nel linguaggio della teologia cattolica e avrebbe potuto vedere, nei tanti testimoni della fede del ventesimo secolo, degni continuatori di quel Gesù del quale il Nostro aveva grande ammirazione (si veda ancora il capitolo XXIX). Anzi, forse proprio con l’esperienza del secolo breve, costellato di morti e di ideologie che facevano a meno di Dio ma che allo stesso tempo continuavano (e continuano) ad opprimere l’uomo, avrebbe temperato quell’ottimismo che lui aveva nella ragione umana capace, secondo lui, una volta liberata della tirannia della religione, di portare l’uomo a realizzare pienamente se stesso. Certo, lo Scarano aveva già bollato il comunismo come un’idea senza futuro perché basata sull’oppressione di qualcuno su qualcun altro (si veda il breve ma profetico capitolo XXVIII) ma non poteva sapere che grandi filosofi che avevano tolto Dio di mezzo e vedevano nell’uomo un essere che nell’accettazione della sua mortalità avrebbe trovato il senso della sua esistenza (Heidegger), avrebbero dato man forte all’ideologia che più ha disprezzato e oltraggiato l’uomo, cioè il nazismo; e tutto ciò predicando la nascita dell’uomo libero da ogni metafisica e religione, sulla scia di Nietzsche. Anche le nozioni scientifiche e le certezze sulla realtà materiale, espresse da Scarano, oggi si scontrerebbero con le conoscenze che emergono dall’osservazione del mondo fisico come, ad esempio, le molte dimensioni dell’universo, che vanno ben oltre le quattro sperimentate da noi, la materia e l’energia oscura, l’ipotesi dei molti universi, i misteri del mondo subatomico, la teoria delle stringhe e tantissimi altri problemi che rendono la cosiddetta materia, che per il Nostro è l’unica realtà esistente, altrettanto misteriosa e inconoscibile per definizione quanto il mondo spirituale da lui negato. Nonostante, tuttavia, la non attualità di alcune discussioni teologiche e scientifiche e l’ingenuo ottimismo nei confronti di un’umanità senza Dio, il libro di Giovanni Scarano merita ancora di essere letto, in omaggio a un uomo onesto, che ha fatto della sua ricerca la base per delle scelte coerenti, per tornare a vivere partendo da ciò che interiormente sentiva; e merita di essere letto sia dai non credenti, che si troveranno in sintonia con molte posizioni dell’Autore, sia da chi, come me, crede (o almeno crede di credere) perché, al di là delle proprie convinzioni, non smetta di porsi questa domanda: come essere credibile per chi cerca una risposta al mistero della vita e per non essere di impedimento all’azione dello Spirito nel cuore di ogni uomo?

Le parole di questo libro, ne sono certo, non devono essere liquidate semplicemente come espressione di una gratuita e sterile polemica verso Dio e la religione, ma devono essere lette come frutto di una persona sinceramente in ricerca, anche se mancava del dono della fede e come appello per chi, credente o non credente, è tentato di smettere di pensare.

Don Michele Tartaglia

 
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A tutti quelli che hanno sofferto e che soffrono dedico

questo libro, perchè ad essi ho pensato scrivendolo, in augurio di un più lieto domani

Agli amici e conoscenti.

Miei cari,

Fra i pensieri che sono oggetto di queste mie Confessioni e i doveri del mio ministero parrocchiale, cui non son venuto mai meno in nessun modo, la vita mi era divenuta insopportabile; e nel silenzio delle notti insonni non una volta ho pensato di farla finita col solito mezzo spicciativo d’una buona palla nel corpo. Ma non ero, come non sono, nè pazzo, nè sciocco, nè vile, e perciò non ho mai potuto giustificare a me stesso il suicidio, perciò sono ancora vivo e sano. La soluzione logica, necessaria della crisi che attraversavo mi si è imposta, e l’ho accetta incondizionatamente. Ho chiuso bottega, perché la merce mi umiliava innanzi a me stesso, dal momento che avevo la coscienza di vendere una mercefalsa. Ecco l’unica e vera ragione del mio operato. I maligni vorranno e sapranno trovarne qualche altra, ma io ci tengo a dichiarare a voi, e dovete credermi, che, se le mie convinzioni non fossero assolute, e un dubbio fosse rimasto in me intorno alla verità, niente mi avrebbe fatto abbandonare il mio posto. Non ho beni di fortuna, né ne desidero. Ho due braccia per lavorare e mi bastano. Il pane sudato mi sarà più dolce e i miei sonni saranno più tranquilli. Quando ogni altra gioia mi fosse negata dal bieco convenzionalismo sociale, mi resterà quella che nasce dalla coscienza di non avermi nulla a rimproverare, e dall’armonia del mio pensiere e dei miei sentimenti con le mie opere. Fin qui ho maledetta la vita, straziandola inumanamente; e se essa non mi sarà più cara, rinascendo al lavoro e all’amore, per certo non mi sarà neppure più incresciosa, perchè più rispondente alla natura. Se l’accettate, eccovi la mia mano come al solito, e sono oggi, come ieri, il vostro

GIOVANNI SCARANO

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PREFAZIONE

Della mia fanciullezza mi resta il triste ricordo di una sventura, la morte di mia madre. L’adolescenza mi passò fra lo studio forzato e un precoce pessimismo. Della gioventù non ho avuto i facili entusiasmi, la spensierata giocondità, le gioie care che allietano e fanno bella la primavera della vita. A ventidue anni avevo molto meditato, molto esperimentato e molto sofferto. Più volte respinsi la tentazione del suicidio, che ho sempre ritenuto e ritengo un atto da vili o da insensati, e, pur senza fede alcuna, accettai l’esistenza come una necessità naturale, mosso, più che altro da un sentimento sincero e profondo di altruismo. Dominato da un tal sentimento, ebbi la debolezza e l’incoscienza di accarezzare l’idea di entrare nella società con la veste di sacerdote cristiano, senza cercar di sapere se ne avessi in fondo voluto. Mi sentii come preso in un ingranaggio, chiusi gli occhi e mi lasciai andare alla deriva. Il dado era tratto, e quando la coscienza si risvegliò in me, quando mi fu dato misurare la condizione fatta alla mia vita, non ne fui molto contento. Ma del senno di poi son piene le fosse: e non avendo allora il coraggio di tornare indietro, feci ogni sforzo possibile per illudere me stesso, attaccandomi al mio pensiere dominante: essere tutto degli altri e nulla per me. Ma fra gli studii sacri che cozzavano con la mia ragione; fra il disgusto e la ripugnanza che provavo per la esperienza quotidiana dell’ipocrisia praticata, insegnata ed imposta, e per l’opportunità che mi si offriva alle volte di veder chiaro in fondo a cose, fatti e persone; e fra il tumultuare dei miei sensi, che invano cercavo di calmare con la logica inesorabile d’un proposito generoso, io mi sentivo ogni giorno più disorientato. Non impunemente si rinnega se stesso e si calpesta la natura. Una tale violenza cagiona un tormento continuo, quando si ha la coscienza della propria dignità, ripugna la menzogna e si è rigidamente attaccati al dovere. Ed io, purtroppo, lo so per prova, io che, per non dare ad alcuno il diritto di tagliarmi i panni addosso con ragione, ho sofferto e soffro il martirio di Tantalo. Ma cosa fatta capo ha, ero uno delle bande nere agli ordini, non di Giovanni dei Medici, bensì di S.S. il Pontefice infallibile di Roma, e fu d’uopo acconciarmi a una vita che mi metteva in continuo contrasto col mio cervello e col mio cuore, vita che mi si rendeva sempre più insopportabile, e per il continuo studio di dover parere e per la violenza che dovevo usare a me stesso per non mostrarmi, come avrei voluto, senza orpelli e senza belletto. Tuttavia, in sulle prime, con tutta la buona volontà possibile cercai di attaccarmi alla missione del sacerdote cristiano, il quale, date le condizioni sociali allo stato di fatto, ove della propria missione abbia la coscienza e la fede, può in certo senso essere utile. Ma di fronte al suicidio lento del proprio essere, di fronte ai tormenti segreti che fanno scempio di chi una tal missione accetta senza la suggestione della fede nel soprannaturale e l’attua in tutta la grandezza d’un’abnegazione inumana, io mi sentivo sempre più oppresso sotto il peso di un giogo inesorabile ed esoso. Per cercare un diversivo mi volsi più seriamente allo studio delle scienze sacre; ma da ogni parte vidi miti trasformati, assurdi inconcepibili, mancanza perfino di buon senso nelle dimostrazioni di verità immaginarie; e mi persuasi che un tale studio m’avrebbe fatto rinnegare la fede, se mai l’avessi avuta. Eppure questa fede io l’ho cercata con tutta la buona volontà possibile: ma nei libri, che si dicono ispirati da Dio, nulla ho trovato che varcasse i confini naturali, o che non si potesse naturalmente spiegare; nel mare magnum delle apologie e polemiche cristiane, dei grandi volumi di scienza teologica e filisofica non ho potuto veder altro che la difesa ad oltranza di un principio inaccessibile assolutamente alla ragione, e perciò inconcepibile ed assurdo; negli entusiasmi popolari ho dovuto riconoscere gli effetti dell’ignoranza, della superstizione e del terrore; nella vita dei miei compagni di ministero, uguali e superiori, ho constatato l’egoismo e l’ipocrisia, in compagnia sempre di due, tre o tutti i vizi capitali, fatte rare eccezioni. Ad onta di tutto, da che son parroco, posso passare in mezzo al mio popolo con la fronte alta e serena. Nulla ho a rimproverarmi. Ho inumanamente compressi i moti della carne, ho fatto tacere la mia ragione di fronte alla rigidità del dovere, ho cercato di mentire e di illudere il meno possibile, ma ho insegnato più con l’esempio che con la parola. Mi son formata la convinzione che si possa essere sacerdoti ed operare il bene del popolo anche essendo un poco più uomini. E se tante leggi disciplinari della Chiesa non saranno modificate o abolite, a seconda che richiedono la legge di natura e la nuova condizione fatta alla società da un pensiere più largo e profondo e più consentaneo alla realtà dell’esistenza, tale istituzione, già tanto degenerata, è destinata a sparir presto; mentre sfrondata e governata con più sincerità e buon senso, potrebbe ancora offrire un conforto, sia pure illusorio, a tanti e tanti dolori delle plebi, finché l’educazione non avrà avviato i destini sociali sulla via della verità, bandendo dal mondo il bisogno di una religione. Dopo vari anni d’un ‘esistenza fatta a base di privazioni d’ogni genere, cui bisogna aggiungere il tormento continuo di misurare ogni atto e ogni parola, la necessità di secondare alle volte il fanatismo popolare, e il sapersi fatto segno del controllo di gente malevola, invidiosa, pettegola e piccina, scettica anche innanzi a una rettitudine che non lascia addentellati, pronta sempre alla denigrazione, a gonfiare il più lieve ed innocente svario, se pur sempre può dirsi tale; dopo vari anni d’un’esistenza fatta a base di tante diverse e violenti sensazioni, che hanno estremamente fiaccato il mio sistema nervoso, io, considerando il passato e il presente, e guardando all’avvenire, mi son domandato: – potrò durarla fino alla fine? Mi manca la fede nel soprannaturale, e perciò ritengo ormai vano ogni sacrificio impostomi dal mio stato. Eppure gli anni migliori mi son passati fra sofferenze d’ogni sorta, dissimulate e perciò tanto più tormentose; fra la vita che mi invitava con le sue gioie più care e la legge di un dovere ripugnante alla natura, fra la solitudine e l’abbandono. Mi sento umiliato innanzi a me stesso perché consumo il prodotto dell’altrui lavoro senza produrre nulla per gli altri; mi vergogno di fare più oltre l’istrione, mentre vorrei dall’altare bandire la verità come io la sento e la credo; mi si gela il sangue nelle vene quando odo chiamarmi beato, o mi raggiunge la bestemmia imprecante d’uno sfruttato impotente alle prese col bisogno, o colgo a volo lo sguardo sprezzante di chi, a ragione, mi giudica dalla veste. Quante volte con un profondo senso di rivolta ho rifiutato una mercede offertami da una mano incallita per il lavoro o ischeletrita per le privazioni; ma quante volte ho dovuto pur chiudere gli occhi ed accettare con ripugnanza, obbligato dalle imperiose esigenze della vita! Quante volte ho dovuto torcere lo sguardo dalla luce incendiaria d’una pupilla, che mi fissava con desiderio e compassione insieme; quante volte ho affrontato con aria di sprezzo due occhi ardenti, mentre il cuore mi scoppiava nel petto; quante volte ho sentito il prepotente bisogno di cercare un occhio lucente che, incrociandosi col mio, s’è tosto abbassato scuro e peritoso, sfuggendomi poi con aria di dolore, e lasciandomi in fondo al cuore un’amarezza indicibile! Quante lunghe ore trascorse nella noia e nella tristezza, senza il conforto d’una parola amica; quanti giorni neri in cui anche la festa del desinare diventa incresciosa; quanti notti bianche, popolate di immagini desiderate con tutta la forza di una natura esuberante di giovinezza, e passate fra l’insonnia affannosa, le torture della carne affamata e insoddisfatta, la cupa ira per la solotudine, per il vuoto desolante in cui mi agitavo impotente! L’ora che volge non differisce punto dal passato, e pensando che l’avvenire mi riserba raddoppiati dolori, più intenso martirio, alla domanda propostami rispondo: – No, è tempo di finirla; perché, insieme a tutto il fardello di pene che mi pesa sul cuore, portarei con me il rimorso terribile di aver sconosciuta la vita, calpestandone i beni supremi con crudeltà feroce, il rimorso di aver violentata la natura, di averla rinnegata, facendo di me stesso un aborto mostruoso, come ben dice il Mantegazza, un essere indegno, una menzogna e perciò una vergogna vivente. Ricomincerò dunque la vita senza illusioni e senza ambizioni di sorta, sprezzante dei farisei, che grideranno allo scandalo, fidente nella mia forza e nei miei dritti di uomo, pronto ad affrontare serenamente e con la massima indifferenza il giudizio incosciente del volgo, preparato alle nuove lotte dell’esistenza senza timori e senza debolezze, pago di godere la mia parte dei beni che natura prodiga ai suoi figli, lieto e fiero di rientrare con piena coscienza nell’orbita della materia vivente, riunendo le sorti della mia vita individuale a quelle dell’umanità intera col lavoro e coll’amore, calvario ed altare, che sono le sorgenti purissime della vitalità umana, i soli mezzi idonei a raggiungere ogni finalità etica.

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Capitolo I

Considerando il tempo soggettivamente, io posso dire d’essere vissuto già a lungo, perché, meno poche pause dovute alla noia e al sonno, i miei nervi sensorii e il mio cervello hanno attivamente e intensamente operato. Oggettivato il mio tempo e misurato, fra pochi altri mesi conterò trentatré anni. In questo momento della mia vita, che segna un punto di arrivo e di partenza insieme, mi piace manifestare tutto il lavoro intellettuale da me compiuto; lavorio che determinando la fermata presente, mi spinge a calar le vele per una nuova rotta, e sarà la norma costante dei giorni avvenire. Quel poco che ho assimilato del pensiere degli altri e tutto quello che è frutto della mia osservazione e meditazione, formerà l’oggetto delle pagine che seguiranno, in cui perciò il lettore troverà tutto me stesso, la mia professione di fede, i miei voti per l’avvenire della grande famiglia umana, che, per il rinnovellarsi continuo della specie in forza della generazione, è la più alta manifestazione della materia proteiforme ed eterna.

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Capitolo II

Non ho mai subita alcuna suggestione esteriore, e se in qualche ora della mia esistenza lo studio e gli avvenimenti hanno esercitato una certa influenza sulla mia mente e sul mio cuore, ciò non è valso mai a sviarmi, a tagliare il filo delle mie idee, vigilanti ostinatamente innanzi alla soglia del grande mistero della vita. Fin da quando io ebbi una coscienza, così che mi fu dato chiedermi ragione di ciò che avveniva in me e fuori di me, passando sopra a tutto il lento lavoro di evoluzione e di formazione, volli rimontare tosto all’origine delle cose e degli esseri, volli conoscere l’alfa e l’omega dell’universo. In sulle prime vidi tutto confuso e senza alcuna uscita: il mio pensiere vagava smarrito nel buio, la mia ragione batteva avvilita o contro l’assurdo o contro l’assolutamente ignoto. Cercai nei libri, ma alle mie domande non trovai risposta che mi appagasse. Da per tutto erano vani conati, giuochi di fantasia, stranezze, deliri, parole e sempre parole combinate, infilate, affastellate. Dai libri mi allontanai stanco per rientrare in me stesso, e, divorato dalla febbre di rendermi stretto conto della realtà di tutto, leggere nel gran libro della natura, considerando e meditando sul passato e sul presente, sopra le cose, gli esseri e gli avvenimenti, senza prevenzioni, rifiutando tutto ciò che dalla natura delle cose, degli esseri e degli avvenimenti si staccasse e si allontanasse in modo da lasciarsi indietro la mia ragione.

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Capitolo III

La prima idea che s’è affermata sovrana nella mia mente, che ho accarezzata con gioia, perché da essa irradia una luce rivelatrice, luce che ogni dubbio acqueta, ogni nebbia dilegua, e tutta discopre la verità da cui gli uomini s’allontanano quanto più la cercano, perché si ostinano a volerla a modo loro e non come essa è nella sua maestosa, ineluttabile realtà, è quella dello spazio infinito. L’idea di uno spazio infinito è di una semplicità meravigliosa; essa s’impone alla ragione con una logica inesorabile, infrangendo gl’idoli e le chimeriche creazioni delle più fervide fantasie. Lo spazio è infinito, né lo si può concepire diversamente. Il non voler riconoscere una tale verità, è come negare se stessi, è come negare l’esistenza del mondo. Guardiamo il cielo e ai suoi abissi profondi assegniamo un limite. A me non è stato mai possibile concepire un tal limite, e ritengo che niuno abbia mai avuto o possa avere un’idea netta al riguardo. Questo che è un punto importantissimo, è stato trascurato da tutti i filosofi di tutte le scuole. Assegniamo dunque un limite lontanissimo quanto voglia, e l’universo risulterà cosi chiuso in un grandioso involucro, ed avremo perciò stesso un contenuto ed un contenente. Questo contenente alla Ria volta sarà il contenuto d’un altro contenente, e di contenente in contenente è chiaro che si va all’infinito. Contro l’ipotesi di un limite qualsiasi sta la conseguenza logica che re verrebbe, il perturbamento del sistema sidereo, di cui gli ultimi mondi andrebbero a battere contro un ostacolo, mancando così l’equilibrio universale. A dimostrare dunque l’infinità dello spazio sta il semplice fatto dell’esistenza della materia, ed a me sembra che nessun dubbio sia perciò possibile intorno ad una tale verità.

Uno spazio infinito è necessariamente eterno, e di qui bisogna pendere le mosse per studiare la natura in tutte le sue manifestazioni, di qui deve nascere il raggio luminosissimo che deve rompere le tenebre di qualunque  mistero.

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Capitolo IV

L’idea di uno spazio infinito era sorta nella mia mente prima di leggere una recensione dell’ultima opera di Herbert Spencer: Fatti e commenti (1) Dunque l’idea non è nuova. Però il filosofo inglese, pur avendo avuta l’intuizione di una tanta verità, s’è smarrito nella determinazione del principio fondamentale del suo sistema, e sdoppiandolo nel conoscibile e nell’inconoscibile, è stato portato a seguire una falsa via, cosi che, venuto a conclusioni vaghe ed incerte, si trova disorientato e pensa con un certo sentimento di terrore allo spazio infinito ed eterno. Il sentimento generato da una tale idea nello Spencer, e da cui egli rifugge, trova la sua ragione nel fatto del trovarsi dopo un lungo cammino quasi al punto di partenza, stanco, deluso e privo di energia per ricominciare. Prossimo alla fine, egli si allontana dall’idea prima che gli aveva aperto uno spiraglio nel gran mistero dell’esistenza, e resta preso nell’ingranaggio d’un pensiere che non è il suo, ma che lo ha suggestionato nell’opera sua e gli ha fatto battere una falsa traccia: il pensiere di una qualche cosa ignota, che da secoli pesa sull’intelletto umano, rendendone vani tutti gli sforzi. Ora questa qualche cosa o è sostanza materiale o è nulla. La sostanza spirituale non esiste: essa è un’illusione, perché è assurdo voler ritenere, che la natura di una causa sia diversa dalla natura del mezzo e della natura dell’effetto . Consideriamo l’atto del pensare in noi. Il pensiere, che è il risultato dei moti molecolari del cervello e dei nervi sensorii a contatto con l’esterno, o resti della nostra mente o sia esternato, non può essere disgiunto dalla materia cerebrale che lo genera e dai segni che lo esprimono. Sopprimete il cervello e in nessun modo può aversi il pensiere. Il pensiere per sé non esiste. O esiste nel cervello e non è qualche cosa distinta dal cervello istesso: o è manifestato, e non è qualche cosa distinta dagli organi, dai suoni e dai segni che lo manifestano, perché in tanto esiste fuori del cervello, in quanto gli organi, i suoni e i segni lo fanno cadere sotto i nostri sensi. Il pensare perciò è un’operazione materiale, e l’effetto di tale operazione è materiale anch’esso, perché fuori della materia non esiste; a quel modo che la luce non è qualche cosa di distinto dall’etere vibrante. Lo Spencer sdoppia il principio fondamentale della sua filosofia, riunendo sotto il nome di conoscibile tutti gli ordini di fenomeni, tutte le varie forme con cui si presenta a noi il sensibile, ammettendo un inconoscibile di cui il conoscibile è manifestazione e rivelazione insieme. E’questo l’errore che l’ha sviato. Giustamente lo si accusa di contraddizione, perchè se il conoscibile è manifestazione e rivelazione dell’inconoscibile, per una simile manifestazione e rivelazione l’inconoscibile cessa di esser tale ed è conoscibile.

Dov’è l’inconoscibile nell’operazione del pensare?

O si dei nervi ammette che il pensiere sia generato dal movimento molecolare sensorii e del cervello, ed è chiaro che niente vi sia di inconoscibile. Ma se si voglia ritenere che a produrre il pensiere non basti il cervello, bisogna ammettere che oltre il cervello esista qualche cosa senza cui il cervello non può dare il pensiere. Questa ipotesi suppone dunque una causa prima e iniziale che sarebbe il qualche cosa inconoscibile, una causa seconda o un mezzo, il cervello, e da ultimo, come effetto il pensiere. E allora qu? aut: 0 questo qualche cosa è della natura istessa del cervello, ed è un principio materiale residente nel cervello stesso o nel soggetto pensante, quindi punto inconoscibile, o al più d’una inconoscibilità relativa; o è di natura diversa. Nel primo caso l’ipotesi cade, perchè dato il cervello come causa seconda necessaria all’effetto, soppresso il cervello resterebbe una causa senza ordinazione ad un effetto immediato, e senza effetto, ciò che ripugna; nel secondo caso l’ipotesi cade egualmente, perchè avremo una causa movente un organo necessario di natura diversa, ciò che è più ripugnante ancora a produrre un qualsiasi effetto. Niente esiste che non sia materia, e tutto ciò che è materia è oggetto di conoscenza, quindi tutto è conoscibile. Spencer, avuta l’intuizione della verità, ne è rimasto abbagliato ed aîterrito, e, pur tenendola di mira, non è riuscito a respingere lungi da sé il qualche cosa di ignoto da cui appare suggestionato e quindi gli è mancata la calma e la dirittezza logica per discuterlo e confinarlo nei suoi veri termini, ossia nella materia che si evolve, unico principio della vita universale delle cose e degli esseri. Il qualche cosa di ignoto, l’inconoscibile di Spencer, vorrebbe essere la forza per la quale la materia si trasforma evolvendosi: ma tale forza mon è niente di distinto dalla materia; sta in seno alla materia, è la materia istessa. Concepire una tale forza come una qualche cosa distinta, fuori della materia e che alla materia comunichi il movimento iniziale, significa &mpicciolire l’universo alle proporzioni di un giocattolo, con la differenza che mentre i movimenti di quest’ultimo hanno una causa proporzionata, l’universo si muoverebbe come effetto di una causa inadeguata, perchè diversa dalla natura dell’universo istesso, ciò che ripugna. Dato l’atomo, bisogna ritenere necessariamente che abbia in sé le energie volute per compiere la sua evoluzione. Lo spazio infinito è la continuazione degli atomi, che, o riuniti negli immensi mondi del sistema sidereo, o allo stato di pulviscolo, di aria e di etere, determinano quella forza incalcolabile di contrasto per la quale i mondi istessi, i corpi tutti, restano ciascuno in un’orbita propria, determinata dall’unità infinita, che è equilibrio e armonia insieme.

A meglio chiarire il mio pensiere debbo osservare che dicendo lo spazio infinito continuazione degli atomi, non intendo significare che gli atomi siano tante parti di un tutto. L’atomo separato possiamo concepirlo nella nostra mente con un’operazione di analisi, ma nel fatto la divisione tra atomo e atomo non esiste, non può esistere, sia perchè non avremmo l’unità assolata della materia infinita, sia perchè, se contatto non vi fosse fra atomo e atomo, non potremmo spiegarci in nessun modo tanti e tanti fenomeni naturali, sia perchè la divisione includerebbe l’esistenza del vuoto, ossia del nulla, ciò che ripugna assolutamente come si dimostrerà in seguito. Se fosse non possibile l’esistenza dell’atomo separato, sarebbe impossibile la vita dell’universo, il mondo non esisterebbe affatto, perchè mancherebbe ogni ragione al processo evolutivo della materia. L’atomo perciò esiste solo come forma, e come tale noi lo possiamo concepire, ma come parte distinta e separata di un tutto. Né giova opporre, che ritenendo la materia e la forza come un unico principio, questo sarebbe causa ed effetto ad un tempo, perchè non si vuol dire e intendere che, la forza sia effetto della materia. Effetto sono i fenomeni e le forme, la forza sta nella materia, è la materia istessa, principio unico ed eterno di se stessa, ossia dell’universo infinito.

(l) Rivista di scienze e lettere, Napoli, anno IV n 5.

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Capitolo V

Data l’esistenza d’uno spazio infinito, ossia della materia infinita ed eterna, io lascio ai cultori delle scienze positive lo studio dei processi evolutivi determinanti i fenomeni e le forme della vita, delle cose e degli esseri. Dico data l’esistenza d’uno spazio infinito, e non dimostrata, perchè una tale verità o si intuisce ed è assiomatica o si respinge. Intuirla è delle menti lucide ed equilibrate; respingerla è degl’intelletti piccoli, malati, dominati da prevenzioni che uccidono la ragione. Convinto dunque profondamente dell’esistenza dello spazio infinito, debbo dire l’ultima parola intorno all’inconoscibile. L’inconoscibile assoluto non esiste. Può darsi e vi è certamente un’ anconoscibile d’una inconoscibilità relativa, ma esso non è un principio causale diverso e distinto dal principio unico, infinito ed eterno; bensì è un fenomeno che sfugge o può sfuggire alla nostra conoscenza sperimentale per modificazioni avvenute in forza dei processi evolutivi, o per mancanza di mezzi idonei a darci l’esperienza di certi processi, di certi fenomeni e di verte forme, come il passaggio della materia inorganica alla forma vitale. Qui mi si dice: «Vana scappatoia! Se una volta la natura sotto insolite causali combinazioni ci ha dato l’organico del puro inorganico, quella facoltà non è punto perduta, e mediante l’arte più minuta, dovremmo | \®sservare i casi in cul essa potesse ripetere il suo effetto; e poiché il processo ella forza vitale nella natura non si esplica se non per via di generazione avremmo noi constatare fatti di spontanea generazione (1) ». Rispondo: Vana obbiezione! Una sola volta si nasce, una sola volta «stè fanciulli, adolescenti, giovani, virili, vecchi, decrepiti; una sola volta si gore. Una sola volta la materia nella sua evoluzione raggiunge il grado woluto ad un effetto, e perchè questo si possa ripetere, sarebbe necessario un altro processo; perchè poi se ne potesse avere l’esperienza, bisognerebbe mettere in un fornello tutta la forza di cui dispone la natura in certi momenti | i per raggiungere certe combinazioni: bisognerebbe poter limitare l’infinito, equesto è impossibile. Nei processi naturali non si torna indietro né si precorre, e perciò mon si può chiedere al fanciullo la forza dell’uomo virile, non si può chiedere alla pianta il frutto in primavera, e il fiore in autunno. D’altra parte che cosa rappresentiamo noi, la nostra terra, di fronte iniverso? Un posticino appena calcolabile nell’infinita materia che rennemente si svolge e si trasforma. Non siamo noi soli qui, in questo zolo remoto, a manifestare una delle più alte e nobili forme della materia voluta, la vita; la vita non è un privilegio del solo nostro pianeta. A erminate distanze da noi, altri esseri palpitano e pensano, altri mondi si sfasciano e si formano. Se fosse possibile avvicinarci ad un mondo in formazione e seguirne e studiarne il processo per secoli e secoli, potremmo avere l’esperienza e la conoscenza del fenomeno che la trasformazione di forze chimiche in forze vitali, potremmo constatare il momento solenne in cui la materia inorganica si organizza per raggiungere segna il più alto grado di manifestazione e di forma. Per certe esperienze, a produrre certi effetti, l’uomo ha saputo e potuto crearsi i mezzi per ripetere certi processi naturali e darsene ragione. Per certe altre esperienze, per certi altri effetti i mezzi o non sono ancora noti o sono impossibili all’uomo, che, effetto d’una forza infinita, non può una tale forza prendere in pugno e aggiogarla ai suoi esperimenti, ai suoi bisogni, ai suoi desideri. Perciò, mentre osservo che non sanno quel che si dicono coloro che pretendono la prova sperimentale di certi fenomeni, e, sol perchè essa manca, gridano al fallimento della scienza, ostinandosi a respingere la verità reale per correre dietro a fantasiosi principii causali, assolutamente inconoscibili, ripugnanti alla ragione, assurdi e fisicamente impossibili; debbo anche aggiungere che si vaneggia quando si vuol ritenere che la scienza possa diventare padrona della vita e modificarne le condizioni, possa produrre un potere infinito e farci vivere per sempre. La vita è una forma della materia, e come tale è destinata a passare; altrimenti avremmo lo sdoppiamento del principio unico, avremmo l’infinito nell’infinito, l’eterno nell’eterno, e questo è semplicemente impossibile. Dicendo la vita una forma della materia, e come tale destinata a passare, intendo riferirmi alla vita dei singoli individui, che sono appunto tante forme della materia vivente, e non al principio unico vitale, che è la materia, la quale è per sé vita eterna.

(1) La reazione contro il positivismo”. Historia di scienze e lettere. Napoli, anno IV. n. 4.

 
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Capitolo VI

Nei Fatti e commenti lo Spencer scrive: « L’idea di uno spazio ragonato col quale il nostro incommensurabile sistema sidereo svanisce un è punto, è un’idea troppo opprimente perchè la mente vi si possa restare. Negli ultimi anni, la coscienza che senza origine o causa lo spazio înito sempre esistito e sempre deve esistere, produce in me un ntimento dal quale rifuggo». Il de. e Chiappelli nota: « Per quanto egli rimanga nei termini del puro ensiere, non v’ha chi non veda come il pensiere susciti naturalmente qui un ntimento, e come dal sentimento del mistero all’atto di adorazione sia eveedagevole il passoelo spazio come tale non si adora » (1). Herbert Spencer, che, dopo aver scritto il System of syntetic alosophy, lo rinnega facendo un passo indietro nei Fatti e commenti, può missimo finire i suoi giorni seguendo le orme del Littré, inneggiando alla chiudere gli occhi cullato dalla delusione di sopravvivere sotto altra ma e conservare la conoscenza di essere esistito (2). Purtroppo non sarà questo il primo caso. Ma ciò conferma un mio adizio intorno ai più grandi operai del pensiere, che son vissuti e son morti minati da una tale delusione. Se lo Spencer, il quale, intraveduta la verità, dopo averla a lungo e m amore vagheggiata, finisce col rinnegarla, perchè alla ragione fa walere il sentimento, alla logica il pregiudizio, alla idea, figlia del suo rello, un’altra idea non sua, e, cadendo nel dubbio, è costretto a ricercare tavola di salvezza nell’ignoto, è costretto a illudersi; non deve punto :ravigliare il fatto di tanti altri che, pur sollevatisi ad altezze sublimi nel ipo ino sa della conoscenza, educati all’ombra, immane del mistero, questo accettato senza disamina alcuna, praticando il folle principio: credo absurdum. Ciò per me e per tutta la gente equilibrata non prova altro se ila realtà della debolezza e giusta inferiorità umana di fronte alla natura. mpotenza che genera la codardia da una parte, e l’ambizione di voler fare moi stessi qualche cosa di superiore al reale, da un’altra, impediscono di der i chiaro nel problema dell’esistenza, contendono al cervello la palma trionfo assoluto, congiurano contro la conoscenza della verità che ci sta sanzi luminosamente, mentre noi, ricercandola sotto il giogo della paura e l’ambizione, non facciamo altro che occultarla e sfigurarla.

(1)La CHIAPPARELLI – Voci del tempo – Saggi sociali

(2) La morte del grandefìlisofo inglese, avvenuta in sul/afìne del ]…], ha impedito che si ripetesse la debolezza

del Littre? Dopo Fatti e commenti io sono pel sì.


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Capitolo VII

Quoi potrei far punto per quanto riguarda lo spazio infinito, perchè non mi propongo di fare l’esposizione di un sistema filosofico, ma solo di annunziare il mio pensiere così come si è formato nella mia mente, senza seguire un ordine determinato di induzione o deduzione, senza alcuna relazione al pensiere di altri. Non posso però non tener conto del modo come concepiscono lo spazio i filosofi cristiani, i quali sostengono con la loro metafisica la ripugnanza di uno spazio infinito. Troppo lungo sarebbe mostrare in tutta la sua estensione la illogica e fantastica costruzione di quell’edificio campato in aria che dicesi filosofia cristiana. La dabbenaggine dei metafisici sta nel fatto di voler separare l’essenza dall’ente, dando sussistenza all’astratto fuori del concreto. Ora l’astrazione non è altro che la presentazione di tutto ciò che realmente esiste, fatti, dei fenomeni e delle forme innanzi alla nostra mente, per mezzo della sensazione. Ciò non è altro se non l’effetto del processo necessario alla conoscenza. Il voler considerare e ritenere l’essenza dell’ente come qualche cosa distinta e diversa dall’ente istesso, è come voler ritenere la reale esistenza del pensiere fuori del cervello e dei segni che lo esprimono, è l’istesso che ammettere la luce senza l’etere. Se ciò fosse possibile noi avremmo il potere di creare quando, per conoscere l’ente, facciamo astrazione dall’ente istesso. Se ciò che si forma nella nostra mente, l’immagine cioè dell’ente, potesse essere qualche cosa di esistente fuori dell’oggetto istesso e fuori del nostro cervello, noi creeremmo dall’ente l’essenza, e cosi dovremmo riconoscere nell’ente una doppia realtà di esistenza. Ognuno vede come ciò sia assurdo perchè porta alla follia di Fiethe, il quale pretendeva di aver creato l’uomo e voleva creare Iddio. Lo svarione della metafisica sta nell’ammettere l’esistenza dell’astrazione fuori del reale, e ciò è lo stesso che far esistere l’ombra senza il corpo che la determina, l’immagine senza l’originale. Se così fosse, una volta designata l’ombra, questa dovrebbe restare dopo la rimozione del corpo; nello specchio dovrebbe restar fissata la immagine pur allontanato il soggetto specchiantesi. Intanto, stabilita così assurdamente la separazione dell’ente in essenza ed essere, in ente oggettivo e in ente reale, in astratto e concreto; premesse certe definizioni assolute dell’essenza, dell’’ente, della natura, dell’essere, della forma e dell’accidente, ecc.. è chiaro che, per un giro e rigiro di parole bellamente incatenate, si giunge a conclusioni assurde e impossibili, le quali ci danno la reale esistenza dell’astratto, subordinando adesso il concreto e solo in realtà esistente. Ciò premesso, io noterò la contraddizione in cui cadono i filosofi cristiani parlando dello spazio.

“Lo spazio si concepisce come una capacità, nella quale possono essere collocate le sostanze corporee.

Dicesi pieno lo spazio, se considerasi come occupato dai corpi; dicesi vuoto se effettualmente non è occupato dai corpi. Conclusione. Vi è dello spazio assolutamente vuoto. – Infatti tutte le sostanze corporee che attualmente esistono, sono in numero finito, poiché il numero infinito ripugna. Dunque del mondo corporeo ci debbono essere certi confini, fuora dei quali vi potrebbero essere dei corpi che non vi sono; quindi dello spazio vuoto.

Né crediamo improbabile che vi possa essere talvolta, anche tra corpi terrestri, qua e là dello spazio vuoto.

Ma non si dia veruno dei principianti a credere che coll’arte si possa ottenere un vuoto perfetto, e che tale sia quello che fassi nel barometro. Tutt’altro che vuoto! Lo spazio entro le pareti cristalline è affatto pieno, e prova evidente ne è che attraverso delle medesime veggonsi gli oggetti. La luce adunque per entro vi discorre, né può questa stare senza un soggetto corporeo, 0 continuato. Dicono eziandio che senza vuoto non ci potrebbe esser moto. E questo sarebbe vero se la estensione di ogni corpo fosse immutabile, ossia se la sua estensione non fosse soggetta a variazione: ma se un corpo può avere maggiore o minore estensione, è chiaro che lo spazio lasciato vuoto da quello che si restringe, realmente può essere occupato da un corpo che realmente si dilata, o da un altro che senza dilatarsi, ad esso viene. E questa mutabilità intrinseca, della quantità dei corpi, noi crediamo sia un fatto indubitato e notevolissimo nella natura, il quale ben considerato dà la chiave alla spiegazione d’infiniti fenomeni, come più innanzi vedremo. Ma ci vorrà per vincere i pregiudizi moderni! In questo proposito egli è d’uopo guardarci dal trasportare alla realtà fuori di noi ciò che altro non e che un modo, onde noi limitati dallo spazio ed esistenti nel tempo, siamo costretti a concepire le cose. Sarebbe in grande errore colui che desse allo spazio puro, al vuoto assoluto qualche cosa di reale. Lo spazio puro è nulla in se stesso, e per | questo suolsi dire immaginario. Quindi dobbiamo dire che prima della esistenza del mondo corporeo, Dio era in se stesso, e se diciamo che Egli era negli spazii immaginarii, è d’uopo che non collochiamo in questi spazii una relazione rispetto a Dio, perchè essi sono un nulla nell’ordine della realtà. Egregiamente dice il Suarez (Met., Disp. 30, sect. VII): Se si voglia dire che Dio è fuori del mondo solo per la sua presenza reale, senza attuale relazione a cosa alcuna fuor di se stesso, in questo senso non può negarsi, che Dio sia fuori del mondo; e questo è dimostrato conforme alle dottrine della fede e alla naturale ragione. E se dicasi nello stesso senso che Dio è negli spazii immaginarii, si dice il vero.

Ma cadono in equivocazione quelli che giudicano che la frase essere nello spazio importi una relazione allo spazio, come a cosa distinta e, per cosi dire, toccata (quod contingitur), e perciò dimostrano esser questo ripugnante, perchè lo spazio è niente. Se non che non è questo il senso di quella frase, ma bisogna che la prendiamo in significazione intransitiva (per cosi spiegarmi) e ottimamente s’intende la cosa in ordine al modo nostro di concepire: perché concependo noi lo spazio a guisa di un vuoto atto ad essere riempito dalla sostanza corporea, in esso dobbiamo dire che sia presente la divina sostanza e tutto lo riempia (ibi est praesentissima divina substantia totum illud substantialiter replet).» E questo basti intorno allo spazio (1). Il cortese lettore mi perdonerà se gli ho dovuto procurare il dispiacere di ammirare questa splendida prosa, parto meraviglioso d’una fervida mente; mi perdonerà in grazia, della pena da me sofferta nel leggerla e del lavoro improbo sostenuto per trascriverla. Intanto vogliamo rifarci un poco notomizzando questo mostriciattolo intellettuale, che ha la pretenzione di darci una idea giusta e adeguata dello spazio. Ma bene, bravo, ma proprio egregiamente arzigogolano quei buoni cristiani di Cornoldi e di Suarez buon’anima! Non voglio far loro il torto di ritenere che scrivessero per farsi leggere; piuttosto è credibile che cercassero di passare il tempo, procurandosi il diletto di insudiciare carta per scacciare la noia della loro solitudine. Se fosse diversamente, bisognerebbe ammettere in essi la volontà di offendere il buon senso e di burlarsi dei lettori. Ma niente prova che non fossero anzi dei perfetti gentiluomini. Dunque lo spazio può essere pieno e può essere vuoto, e vi è dello spazio assolutamente vuoto. Il mondo corporeo deve avere certi confini, fuori dei quali vi è lo spazio vuoto, anzi non è improbabile che vi possa essere anche tra i corpi terrestri dello spazio vuoto. A meno che il Cornoldi non intenda fare della filosofia un gioco di prestigio, io ho il diritto di sapere, dopo l’asserzione cosi assoluta dell’esistenza del vuoto, come bisogna intendere queste sue parole: « Sarebbe in grande errore colui che desse allo spazio puro e al vuoto assoluto qualche cosa di reale. Lo spazio puro è nulla per se stesso e per questo suolsi dire immaginario ». Ma se queste parole bisogna prenderle cosi come suonano e ritenerle per quel che valgono, io non so concepire lo spazio oltre i confini del mondo corporeo, non so come possa darsi vuoto assoluto fra i corpi terrestri. Quando si ammettono certi confini al mondo corporeo, bisogna determinare la natura di essi e dimostrare come siano proporzionati alla bisogna di ottenere la separazione dello spazio pieno dallo spazio vuoto e di che i corpi uscissero dallo spazio pieno per cercarsi un posto nel vuoto. Ognuno che abbia un poco di buon senso può facilmente intendere resistenza reale di uno spazio puro, del vuoto assoluto, sia nel tempo affermata e negata dal nostro filosofo. Vi è dello spazio assolutamente vuoto, egli dice, anche tra i corpi e poi s’affretta, a chiamare errore il voler ritenere lo spazio puro, il luto. come qualche cosa di reale. Questa è la sublimità della follia. Il vuoto è una parola che esprime l’idea del nulla. Ora. non può darsi vuoto fra i corpi terrestri perchè avremmo del nulla, cosa che ripugna. Non può darsi vuoto oltre il mondo corporeo, perché – a parte dell’esistenza reale del nulla, a parte la necessità di un confine e proporzionato a contenere l’universo, chiudendolo come in una e perciò stesso la necessita di un contenente infinito, – ammesso il puro e semplice là dove cessa lo spazio pieno, bisogna ammettere nel b forza di impedire l’estensione dello spazio pieno, altrimenti ne sconvolta la meccanica celeste. Allora il nulla esisterebbe non  2tvrebbe una forza, e siccome l’esistenza e la forza sono proprio dei d nulla sarebbe un corpo. Questo veramente il Cornoldi non lo dice; 61 di logica ci sarebbe dovuto arrivare. Ma invece di seguire la logica egli s’affretta verso la conclusione le parole del metafisico Suarez, premettendo un sonoro te. E il Suarez dice: La sostanza divina riempie lo spazio vuoto o senza attuale relazione allo spazio stesso. Ma io mi domando se questo è serio, o è un innocente fantasiare. Ritenere che lo spazio puro sia nulla, che il vuoto sia puramente o, e poi affermare che la sostanza divina riempia un tal vuoto, e sostanza sia l’essere per eccellenza, infinito, presente nel mondo &I mondo causa prima di tutto, è qualche cosa che solo la demenza giustificare e deve perciò ispirare un profondo sentimento di ne. In fondo in fondo, dal modo come si esprimono i metafisici, si solo che tante belle cose esistono nella loro immaginazione, ed io aginazione non posso dare alcun valore reale, lasciando ch’essi a beirazio percorrano gli spazi immaginarii, dietro la meravigliosa divina che li riempie, rifuggendo dall’analisi fatta a base di ho una ragione di più per confermare l’esistenza reale assoluta -o infinito, come continuata materia infinita.

Ne giova dire che ripugni l’infinito in atto, perché ripugna il numero infinito.

Il numero lo facciamo noi, ed è chiaro, che se può darsi numero infinito, desso è solo un’ipotesi immaginaria cui i metafisici dovrebbero concedere l’esistenza oggettiva, e quindi necessariamente anche l’esistenza reale.

Ma per sfuggire a questa logica essi hanno pronto l’indefinito, e questo significa semplicemente giocar di parole non ragionare. Il numero è un’operazione delle nostra mente, un modo, un segno di cui ci serviamo per certe conoscenze ed esperienze nel lavorio di analisi. Se l’analisi è appunto divisione, è chiaro che il numero sia la riunione di parti limitate; ma ciò non esclude la reale esistenza di un tutto infinito, il quale ha valore di parti solo relativamente a noi, relativamente alle operazioni del nostro intelletto, perchè nel fatto le parti non esistono, e le forme che noi numeriamo non perciò sono divise dal tutto, dalla materia unica. Il ritenere diversamente è un voler sostituire l’immaginario al reale. Dopo tutto a me sembra che di vuoto non s’abbia a parlare menomamente, nè sia necessaria una definizione dello spazio, perchè questo è determinato dalla materia, è la materia istcssa, senza della quale perciò non potrebbe darsi spazio. Lo spazio dunque è la materia, e la divisione in spazio pieno e spazio vuoto è ridicola e vana.

(1) G. M. CORNOLDI – La filosofia scolastica di S. Tommaso e di Dante.

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Capitolo VIII

Uno dei fatti che rivelano gli sforzi progressivi dell’intelletto umano por conoscere la verità, è appunto la religione, in cui i popoli di tutta quanta la  terra hanno sempre trovato e trovano il mezzo per acquetare l’ansia affannosa che si prova di fronte al mistero, all’ignoto.

L’origine delle religioni giustamente è riposta nella paura e nell’impotenza degli uomini innanzi a fenomeni superiori ad ogni forza umana. Alla paura e all’impotenza bisogna però aggiungere l’ambizione per la quale l’uomo, sdegnando la sua natura comune a tutti gli esseri, tenta di snaturare se stesso, e porsi al di sopra della natura; ed un tal fine ha raggiunto ideando e praticando la religione che da Roma papale rimonta al paradiso terrestre.

Il Cristianesimo, riunendo in sé tutto quanto vi ha di migliore nelle religione nelle religioni anteriori e idealizzandolo al massimo grado segna il più alto vértice nell’evoluzione della morbosità religiosa. Dico morbosità religiosa, perché la religione in genere, figlia di una infermità, qual’è la paura, è alla  sua volta una infermità peggiore della madre.

Non mette conto far qui la storia delle religioni neanche il più brevemente possibile, ricordandone la serie. Dirò solo della religione cristiana ,o meglio della sua dottrina, quel tanto che giova a toglierle la privativa della verità che i suoi ministri rivendicano e cui sembra che le generazioni  di una parte sola però degli uomini, professandola da venti secole, le diano dritto.

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Capitolo IX

Tutte le religioni, monoteiste o politeiste che siano, hanno un fondo comune: la credenza più o meno irragionevole in qualche cosa di onnipotente che ha nelle mani i destini dell’universo. Il Cristianesimo é fondato sulla verità della fede cieca, per la quale si crede all’esistenza di un essere soprannaturale, ignoto e inaccessibile, improdotto e necessario, causa prima di tutto: Iddio. Anzitutto un tale essere é di una natura tutta fantastica, ed io lo ritengo una pura creazione del cervello umano, che ha idealizzato quanto vi ha di buono nella natura materiale, ponendolo negli spazii immaginari come prototipo di perfezione. La filosofia cristiana, ritenendo l’esistenza di questo ideale per una verità posseduta, chiama follia il volerla ricercare ed adoperarsi intorno ad essa in maniera d’inquisizione, perché «e chi può dubitare che siavi il Supremo Essere? Chi può dubitare della sua perfezione, della sua sapienza, della sua potenza e bontà? Al tutto nessuno in cui non sia morto il lume della ragione ». Senza dunque correre il pericolo di perdere la bussola, ricercando la verità dell’esistenza dell’Essere Supremo, io l’accetto provvisoriamente cosi come la fede e la filosofia cristiana insegnano, e vorrò solo accertarmi al lume della ragione e del buon senso se l’opera del Dio dei cristiani risponda alla sua infinita perfezione. Io considererò dunque l’Essere Supremo nelle sue manifestazioni ad extra, e, mettendo a nudo le contraddizioni in cui lo si fa cadere, ne dimostrerò l’inesistenza: e, sfatandone la perfezione somma e infinita, strapperò la maschera a quanti ingenuamente o ipocritamente nel nome di lui, per lunghi e lunghi secoli, hanno fatto strazio delle plebi, soffocando la ragione per imporre la fede; a quanti hanno vilmente speculato sull’ignoranza, sulla dabbenaggine, sulla paura e sulla debolezza per spadroneggiare ed inebriarsi dei sudori e del sangue dei figli del lavoro; a quanti, costituendosi in casta privilegiata e creandosi degli ozii laboriosi, hanno arrestato il cammino ascondente del pensiere speculativo e pratico, per allargare e consolidare sempre più le basi della loro vita parassitaria e sardanapalesca.

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Capitolo X

Data e non concessa l’esistenza dell’ essere supremo, secondo la dottrina cristiana questi sarebbe uno e trino, e come tale avrebbe creato e redento gli uomini. A parte la ripugnanza manifesta tra una causa, la quale non ammette composizione di materia e di forma, di sostanza e di accidenti, di genere e differenza, di essenza e di essere, e un effetto qual’è l’universo; a parte il principio indiscutibile, ex mihilo nihil fit; consideriamo come nel fatto quest’essere supremo risponda alla perfezione dei suoi attributi. Iddio ha creato tutto dal niente. Perchè? La dottrina cristiana ha dovuto determinare il fine della creazione, e, mentre dice che Iddio ha creato liberamente, ammette come, fine principale la gloria di Dio. Qui c’è aperta contraddizione. O questa gloria Iddio la voleva incondizionatamente, e, proponendosela come fine principale dell’opera sua, egli non più liberamente crea, perchè tutto ciò ch’è principale è anche necessario; o una tal gloria era voluta sub conditione, e allora non può dirsi fine principale della creazione, ma secondario. Inoltre io non so vedere in quest’essere supremo la bontà infinita, se crea principalmente per sé, pur di nulla avendo bisogno. Ci si vede ben altro invece, ci si vede un feroce egoismo, perchè, pur di ottenere il suo intento, crea esseri ai quali non importava punto di essere; e li crea così che se non rispondano al fine, ossia alla gloria di Dio, sono dannati ad un dolore eterno. Anche qui bisogna osservare, che o questa gloria è necessaria a Dio, e allora passi pure la pena, non so con quanta giustizia determinata; o non è necessaria, e allora per una cosa indifferente perchè tanta severità, che può ben dirsi crudeltà? Nell’uno e nell’altro caso la perfezione di Dio va in fumo. Nel primo perchè, ritenuta necessaria la gloria che gli dovrebbero dare gli uomini, egli mancherebbe di qualche cosa; nel secondo perchè, invece d’un Dio infinitamente buono e misericordioso, avremmo un esecrabile carnefice e tiranno. Ma i teologi che la sanno lunga, per giustificare il loro prototipo di perfezione, ammettono un fine, secondario alla creazione; intendiamoci, solo secondario, e questo sarebbe la felicità delle creature. Ora io mi renderei ragione della infinita bontà di Dio, qualora nella creazione egli avesse inteso principalmente di fare la felicità assoluta delle creature; ma giacché questa felicità la vogliono secondaria, sia pure. Però rifuggo dal pensare che un essere infinitamente buono, che crea altri esseri inferiori principalmente per la sua gloria, assegni a questi ultimi una felicità relativa, a certe date condizioni e a rischio d’una infelicità eterna. Qui non è d’uopo alcun commento, Ognuno vede come questo essere sia punto buono. Fra l’altro a Dio si regala il nome di Padre per eccellenza. Il nome di padre non poteva essere più malamente appropriato e profanato. Un padre che innanzi al letto del figlio moribondo usa rimedii estremi che possono con uguale probabilità, determinare la morte immediata e la salute dell’infermo, è senza dubbio sempre un padre, dà sempre prova di amore verso il figlio. Ma un padre che, avendo un figlio cui nulla manca per menare una vita possibilmente felice, lo metta in condizione di perdere ogni bene, rischiando il certo per l’incerto, deve ritenersi a ragione uno squilibrato; ed è questa la colpa minore che gli si possa fare, perchè in fondo bisogna pur sempre ammettere che sia stato mosso unicamente dall’amore verso il figlio stesso. Iddio, come padre degli uomini, si trova di fronte a questi in condizione di inferiorità molto maggiore del padre di fronte al figlio nel secondo caso premesso. In vero noi non esistevamo, non correvamo nessun pericolo, e se Iddio, questo nostro voluto padre, ci avesse creati unicamente per noi, per farci felici, avrebbe avuto dritto alla nostra gratitudine. Noi ne saremmo stati contentoni, riconoscendolo per nostro buonissimo padre. Ma dal momento che ci ha creati per la sua maggior gloria, e, pur riserbandoci subordinatamente ad un tal fine, una certa felicità, ci ha posti nella dura condizione di poter formare la nostra eterna rovina; io ho ragione di ritenere che egli non sia buono per niente, perchè mettendo i figli nel pericolo di essere eternamente infelici, ciò ha fatto per un fine tutto egoistico, la sua gloria. I figli non domandavano nulla, sarebbero stati più volentieri in mente Dei, edegli, esponendoli al rischio, non è giustificabile in nessun modo, e il nome di padre non gli conviene neppure per ironia. Ogni sottigliezza dialettica si spunta innanzi al fatto, che Iddio abbia creato per la sua gloria, e che un tal fine includa la possibile infelicità eterna delle sue creature. Qualunque metafisica non potrà giammai sostenere l’infinita bontà di Dio, dato un tal fatto.

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Capitolo XI

Iddio avrebbe creato il mondo in sei giorni o in sei epoche, ed io domando: ma perché, data l’onnipotenza del suo fiat, non in un momento solo,  esistendo già tutte le cose e tutti gli esseri nel suo pensiere? Perché la successione? Ciò, mentre lascia addentellati intorno alla sua onnipotenza non giustifica forse il fatto della evoluzione?

Ma passi anche questo.

Dopo la luce, i pianeti, le piante e gli animali, Iddio vuol fare qualche di meglio, vuol fissare la sua immagine in una creatura che, del creato -e la signoria, e in questa opera del sesto giorno non s’affida alla sua parola, ma, chiamate a consiglio le altre due persone del suo essere trino, grette in mostra per la prima volta le mani. Ma quali mani? Quelle del Padre, &i Figlio  o dello Spirito Santo? Veramente, perché la sostanza semplice a ammette forma, mani reali non ci saranno state, ma se ci dovevano essere. sarebbero state sei. Pure vada per due, il numero non mette conto, e queste non propriamente mani, ma… Ecco, respinta l’ipotesi di mani assunte pel bisogno del momento, perché. diamine, si capisce che non poteva prenderle ad imprestito, saranno siate mani… ideali. Dopo tutto, giacché mani ci furono, l’importante è che il Padre si degnò di insudiciarle nel fango per plasmare il nostro corpo. Pure, è ancora poco. Mani o senza mani, insudiciate o no, Iddio, plasmato un coso, non so come chiamarlo, gli avrebbe ispirato in faccia un soffio di vita, e rvomo, ecco, l’uomo, sarebbe stato fatto anima vivente. Né basta. Iddio stesso avrebbe poi compiuta un’operazione di alta chirurgia, sempre con mani ideali e ferri chirurgici del medesimo genere, togliendo al primo uomo una costola e facendo di questa una donna. Non so quanto conveniente sia per un Dio di tanta onnipotenza il ricorrere a questi piccoli mezzi, propri dei fabbricanti di terra cotta, per fare la più bella delle sue opere: senza contare che il sottrarre all’uomo una costola può sembrare una correzione, poco degna d’un artefice così sommo e sapiente. Pure è cosi. Mosè l’ha scritto, e Dio stesso avrebbe ispirato questo meraviglioso racconto. Io intanto non posso non ammirare Mosè per aver saputo così minuziosamente rifare I a storia dell’origine del mondo, dandola a bere al popolo ebreo. Quello che non so e non posso ammirare è il fatto che l’abbiano bevuta in buona fede tante e tante generazioni fino ad oggi, e che la si ritenga ancora per una verità indiscutibile. Giove che si innamora di Europa, e prende la forma di toro per rapirla, Deucalione che si gitta sassi dietro le spalle per ripopolare la terra, non dovrebbero poi essere dei miti tanto inverosimili. Ma torniamo a bomba, ossia al primo uomo ed alla prima donna.

Non si può sconvenire che Iddio sia stato generoso e prodigo con essi. Egli, dopo aver create tante belle cose, prima della creazione dell’uomo, aveva già preparato un luogo di delizie, un paradiso. Il sacro testo dice: «Plantaverat autem Dominus Deus paradisum voluptatis a principio». Qui ci sarebbe da domandare perché mai Iddio scegliesse proprio la terra a dimora dell’uomo, perché il paradiso di delizie limitato a una breve superficie della terra stessa, quando aveva fatto il mondo cosi largo, e il primo uomo e la prima donna dovevano tanto moltiplicarsi da non poter restare nei confini ristretti di quel luogo delizioso? Passi la scelta della terra, ma non è possibile ritenere, che, avendo creato l’uomo e la donna atti a generare e a riprodursi, la generazione e la riproduzione non s’avessero poi a verificare. Che che ne sia di ciò, Iddio pose l’uomo nel paradiso, quivi lo addormentò – l’ipnotismo è ben antico, – gli tolse una costola, fabbricò la donna presentandola all’uomo dopo averlo destato, e benedisse entrambi, unendoli in matrimonio. Bisogna ritenere cosi, perché il sacro testo appella poi subito la donna uxor: Erat autem uterque nudus, Adam scilicet et uxor eius; et non erubescebant. Tempi davvero deliziosi erano quelli quando il tormento della moda non deturpava la natura; le pratiche matrimoniali non andavano tanto per le lunghe e non si pagavano le dispense dagl’impedimenti canonici! Eppure si sarebbe dovuta pagare una bella sommetta. Pare poco? Papà Adamo, padrone della terra, il quale sposa né più né meno che la sua costola?! Per fortuna c’era là Iddio in persona che aveva tutte le facoltà possibili, concessegli, s’intende, dalla Santa Romana Chiesa! Mi son lasciato trasportare un po’ dal buon umore, che mi si suscita in corpo nel riandare certe amene storielle; ma non siamo ancora alla fine. La dottrina del cristianesimo insegna che Iddio arricchì le sue creature – Adamo ed Eva – di ogni sorta di doni naturali, soprannaturali e preternaturali. Di questi ultimi s’è perduta addirittura la semenza. I primi ci sono stati lasciati, i secondi ci piovono dal cielo in una forma immateriale, e sarebbero appunto le così dette grazie, i doni dello Spirito Santo le virtù infuse, et similia. Per tanta copia di favori celesti i nostri primi progenitori, i quali non arrossivano della loro nudità (se la civiltà insegnata direttamente da Dio non ammetteva il rossore per il fatto di aver per unica veste la pelle, di quanto non siamo imbarbariti noi che tanto svariatamente ci camuffiamo, negando alla nostra veste naturale il bacio salutare della luce?); i nostri progenitori dunque erano felici, a condizione di non mangiare il frutto dell’albero della scienza del bene e del male, pena la morte. Il Signore invero aveva detto ad Adamo: – Ex omni ligno paradisi comede : De ligno autem scientiae boni et mali ne comedas; in quocumque enim die comederis ex eo morte morieris.

Quest’albero meraviglioso che da la scienza del bene e del male a della morte, mi richiama alla mente le fiabe delle Mille e una notte. che dico! Tra le novelle orientali della bella moglie del Sultano e il Mosaico ci corre. Quelle son fiabe e questo è rivelazione divina. però Adamo ed Eva, con tutta la loro felicità, non si dovevano felici, se, ad onta della minaccia di morte, osarono avvicinarsi temuto e mangiare con voluttà i frutti velenosi. Non l’avessero mai Iddio, offeso da tanta audacia dei suoi due figli primogeniti, e preso da sdegno per la loro disubbidienza e ingratitudine, li scacciò iatamente dal paradiso terrestre, scagliando sopra di essi una terribile one, che li condannava ad una vita di lavoro e di dolori. Che Adamo ed Eva fossero stati dei bimbi birichini, i quali, ad onta paterna e sovrana proibizione, ad onta della minaccia di morte, arido il frutto appetitoso, abbiano operato sconsigliatamente, non è sconoscere. Ma che un Dio infinitamente buono e misericordioso offenda per tanto poca cosa, si lasci prendere da sdegno, trascenda a re terribilmente i suoi figli, l’opera delle sue mani, la creatura fatta a immagine e somiglianza, è un fatto questo che depone poco evolmente intorno alla sua perfezione e al suo amore di padre divino. Inoltre che Adamo ed Eva, pur tenuto conto della dura alternativa in si trovavano, tra lo stimolo, cioè, del frutto vietato, verso il quale li eva il naturale desiderio di un bene che loro mancava, ragione per cui erano pienamente felici, e il precetto del Signore insieme al pericolo di : che Adamo ed Eva dunque abbiano meritata per la colpa commessa ~pena qualunque, si vuol anche concedere. Ma che la colpa dei primi uomini ricada egualmente sopra tutte le generazioni passate, presenti e future, cosi che tutti gli uomini portino dalla ~cita il marchio di quel fallo e siano condannati all’istessa pena, questo è ma fatto che onora la giustizia umana, la quale giammai ha fatto colpa ai figli *i delitti del padri. Qui però ci troviamo di fronte ad una tesi teologica di prim’ordine, che mette conto di esaminare e discutere, perchè la teoria cristiana del peccato originale disonora Iddio, come quella che è contraria ai più elementari criteri della giustizia punitiva.

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Capitolo XII

Per bene intendere il mio pensiere intorno al peccato originale, giova conoscere ciò che scrive S. Tommaso. Il dottore Angelico, che insieme alla Bibbia e ai Santi Padri forma il fondamento più solido della dottrina cristiana, afferma anzitutto nella questione CLXIII, art. I, della Secunda s. p., che il primo peccato dei nostri primi padri fu la superbia. Invero «ibi fuit primum peccatum hominis, ubi potuit esse primus appetitus inordinati finis. Sic autem homo erat in statu innocentiae institutus, ut nulla esset rebellio carnis ad spiritum: unde non potuit esse prima inordinatio appetitus humani ex hoc, quod appetierit aliquod sensibile bonum, in quod carnis concupiscientia tendit praeter ordinem rationis; relinquitur igitur, quod prima inordinatio appetitus humani fuit ex hoc quod aliquod bonum spirituale inordinate appetiit: non autem inordinate appetivisset, appetendo id secundum suam mensuram ex divina regula praestitutam ; unde relinquitur, quod primum peccatum hominis fuit in hoc, quod appetiit quoddam spirituale bonum supra suam mensuram, quod pertinet ad superbiam : unde manifestum est, quod primum peccatum primi hominis fuit superbia «. Il primo peccato adunque, ossia il peccato originale, sta nel disordinato desiderio di un bene spirituale trascendente la misura determinata dalla legge divina, è proprio perciò dell»anima. Qui io osserverò primieramente, che, se tutto ciò fosse vero, nessuna colpa a rigor di giustizia dovrebbe farsi ad Adamo ed Eva; sia perché l’anima umana, come quella che fu da Dio stesso ispirata in faccia al fango plasmato in forma d’uomo, avrebbe avuta in sé e quindi da Dio, la tendenza a desiderare inordinatamente, ciò che importa imperfezione nell’opera divina; sia perché, se un desiderio potè nascere nell’anima dei primi nostri padri, bisogna ritenere che qualche cosa mancasse alla loro felicità. Ora siccome è naturale nell’uomo il desiderare il meglio, e una tale natura egli l’avrebbe certamente ricevuta da Dio, perché questi dovrebbe fargliene poi una colpa? Ma, mi si risponde, il desiderio fu di un bene trascendente la misura prescritta dalla legge divina. Aut aut: o l’uomo era ordinato al possesso di quel bene, o no. Nel primo caso il divieto non avrebbe nessuna ragione, e bisognerebbe ritenerlo tirannico; nel secondo caso, poiché il desiderio non poteva nascere, il divieto sarebbe stato vano. Escludiamo perciò questa seconda ipotesi. Il bene che desiderò il primo uomo si doveva necessariamente convenire alla sua natura, perché non si potrebbe concepire come se ne suscitasse in lui il desiderio: e perciò io dico che fu ingiusto il divieto, e più ingiusto ancora il fare una colpa della violazione.

Ma fu poi veramente disordinato il desiderio di Adamo e di Eva?

Data in essi l’anima razionale e quindi ordinata alla conoscenza, era giusto e naturale in essi il desiderio di avere la scienza del bene e del male: ciò, senza pregiudizio di nessuno, li metteva in condîzione di meglio regolare la loro vita, sia nelle loro vicendevoli relazioni, sia nelle relazioni verso il loro Dio e creatore. Nel fatto però questa scienza essi non l’ebbero dopo mangiato il pomo, ciò che fa apparire Dio stesso un mentitore. Se l’albero avesse realmente avuta la virtù di dare la scienza del bene e del male, Adamo ed Eva l’avrebbero dovuta acquistare una tale scienza; come invece l’abbiamo anche noi dopo tanti secoli, ognuno può giudicare. Si vorrebbe dopo tutto incolpare Adamo ed Eva di aver voluto esser simili a Dio, perchè l’eritis sicut Deus scientes bonum et malum del serpente non significa altro. Ciò in verità non poteva costituire un’offesa o una minaccia contro Dio, data la sua onnipotenza e l’impossibilità di essere spodestato. Certe misure di precauzione e certe leggi, se possono convenire tra esseri di egual natura, sono d’una sconvenienza enorme tra esseri infinitamente diversi. Avendo Iddio, essere onnipotente e infinito, creato un essere infinitamente inferiore a lui, perchè negargli un bene conveniente alla natura fattagli, o, come si voglia, perchè metterlo in condizione di agognare un bene sproporzionato alla natura istessa? E poi, non sì fa oggi un dovere al cristiano di rispecchiare le perfezioni di Dio e di renderne l’immagine più fedelmente possibile? Perchè ciò doveva essere una colpa per Adamo ed Eva? A tutto questo sì aggiunge la inverosimiglianza del racconto biblico. Un serpente che parla lo troviamo solamente nel paradiso terrestre. Per ritenere che un serpente parlasse ad Eva, bisogna anzitutto ritenere che tanto la natura di simili animali, quanto la nostra, sia di molto modificata. Ma pur ammessa la domestichezza dei primi uomini con ogni sorta di animali, pur stentando a credere che Adamo ed Eva si baloccassero col leone, con la tigre, col serpente a sonagli e con la vipera, non doveva sembrare strano ad Eva l’ascoltare dalla bocca d’un serpente dei suoni umani, e per giunta quella sorta d’insinuazione? Per una creatura, fatta dalle mani di Dio e fabbricata con la costola di un uomo, è troppo umiliante tanta ingenuità, per non dire stupidaggine addirittura. Ma passi pure la sconvenienza e la inverosimiglianza; concediamo il fatto cosi come è nel testo biblico, e concediamo il peccato di Adamo e di Eva. A parte pure la giustizia, alla stregua della logica più elementare, ritenendo integralmente la dottrina del cristianesimo al riguardo, è possibile, dico, è possibile e non giusto, perchè in quanto a giustizia non può nascere dubbio, il fare un fascio di tutti i figli di Adamo nati e nascituri, accomunandoli nella colpa istessa dei padri e nella pena? Non è possibile, e lo dimostro, seguendo il ragionamento di S. Tommaso, che nella quest. Lxxxi della P.s.p. pone la tesi: De traductione primi peccati. Il sommo dialettico incomincia con l’obbiettare: 1. «Videtur quod primum peccatum primi parentis non traducatur ad alias per originem: dicitur enim, Ezechiel. 18.: Filius non portabit iniquitatem patris: portaret autem si ab eo iniquitatem traderet; ergo nullus trahit ab aliquo parentum per originem aliquod peccatum. 2. «Accidens non traducitur per originem; nisi traducto subiecto: eo quod accidens non transit de subiecto in subiectum; sed anima rationalis, quae est subiectum culpae, non traducitur per originem, ut in I° ostensum est (q. 118, art. 2); ergo neque aliqua culpa per originem traduci potest. 3. «Omne illud, quod traducitur per originem humanam causatur ex semine: sed semen non potest causare peccatum; eo quod caret rationali parte animae, quae sola potest esse causa peccati; ergo nullum peccatum potest trahi originem, ecc. ecc. » Alle proposte obbiezioni di cui ho riferito le principali solamente, egli si risponde nel seguente modo: Anzitutto mette innanzi le parole dell’apostolo Paolo ai romani: per ununi hominem peccatum in hunc mundum intravit, e nota che ciò non si può intendere per modum imitationis, vel incitationis, perché sta scritto nella Sapienza 2: – Invidia diaboli mors intravit in orbem terrarum; ciò che, secondo lui, proverebbe come il peccato sia entrato nel mondo per origine dal primo uomo. Qui debbo confessare che ad onta di tutta la mia buona volontà, non mi è stato mai possibile raggiungere l’altezza di certi ragionamenti teologici, fatti a base di parole scritturali, interpretate sempre a seconda del bisogno; e perciò non so vedere tutta la forza di questo primo argomento tomistico, e come le parole di Paolo e del Sapiente dimostrino, che il peccato dei primi parenti sia passato per generazione ai figli. Le parole di Paolo non vogliono essere altro che la constatazione di un fatto, che, cioè il primo uomo abbia peccato e per lui entrasse nel mondo la prima volta il peccato, e quelle della Sapienza, il ricordo puro e semplice della leggenda mosaica, che, cioè, per invidia del diavolo la morte faccia strage degli uomini. Né da queste parole della sapienza è necessario dedurre, data la morte comune, la traduzione del peccato; perché si può ben intendere che, continuando l’invidia del diavolo, gli uomini siano sempre indotti a peccare e quindi dannati a morire. Ma S. Tommaso vedeva pur egli il lato debole dell’argomento, e perciò sente il bisogno di fare appello alla fede cattolica, in virtù della quale è da ritenersi che il primo peccato del primo uomo originalmente passi ai posteri: secundum fidem catholicam est tenendum quod primum peccatum primi hominis, originaliter transit in posteros. Poi continua: «Ad investigandum autem, qualiter peccatum primi parentis originaliter possit transire in posteros diversi diversis viis processerunt. Quidam enim considerantes, quod peccati subjectum est anima rationalis, posuerunt quod cum semine rationalis anima traducatur; ut sic ex infecta anima infectae animae derivari videantur. Alii vero hoc repudiantes umquam erroneum, conati sunt ostendere, quomodo culpa animae parentis raducitur in prolem, etiam si anima non traducatur per hoc quod corporis defectus traducuntur a parente in prolem, sicut leprosus generat leprosum, et podagriens podagricum, propter aliquam corruptionem seminis, licet talis corruptio non dicatur lepra, vel podagra. Cum autem corpus sit proportionatum animae, et defectus animae reduntent in corpus, et e converso, simili modo dicunt quod culpabilis defectus animae per traductionem seminis in prolem derivantur, quamvis semen actualiter non sit culpae subjectum ». Ma riconoscendo l’insufficienza di tali ragionati, soggiunge: «Et ideo alia via procedendum est, dicendo quod omnes homines, qui nascuntur ex Adam possunt considerati ut unus homo, in quantum conveniunt in natura, quam a primo parente accipiunt; secundum quod in ci% ilibus omnes homines, qui sunt unius communitatis, reputantur quasi usum corpus; et tota communitas quasi unus homo: sicut etiam Porphyrius dicit, quod partecipatione species plures homines sunt unus homo: sic igitur multi homines ex Adam derivati sunt tamquam multa membra unius corporis. Actus autem unius membri corporalis, puta manus, non est roluntarius voluntate ipsius manus, sed voluntate animae, quae primo movet membrum; unde homicidium, quod manus committit, non àiputaretur manui ad peccatum, si consideraretur manus secundum se, ut divisa a corpore: sed imputaretur ei, inquantum est aliquid hominis, quod movetur a primo principio motivo hominis; sic igitur inordinatio, quae est in armo homine ex Adam generato, non est voluntaria voluntate ipsius sed wiluntate primi parentis, qui movet motione generationis omnes, qui ex eius origine derivantur. sicut voluntas animae movet omnia membra ad actum: unde peccatum, quod sic a primo parentes in posteros derivatur, dicitur orizinale; sicut peccatum, quod ab anima derivatur ad membra corporis, dicitur actuale; et sicut peccatum actuale, quod per membrum aliquod committitur, non est peccatum illius membri, nisi inquantum illud membrum est aliquid ipsius hominis; propter quod vocatur peccatum humanum: ita peccatum originalis non est peccatum huius personae, nisi inquantum haec persona recipit naturam a primo parente: unde et vocatur peccatum naturae, secundum illud Ephes. 2. Eramus naturafluii irae ». Sia detto con buona pace dell’Aquinate, quest’ultima via prescelta per dimostrare come il peccato del primo parente possa passare ai posteri originalmente, è più cieca delle altre. Invero non si può ritenere che tutti gli uomini, i quali nascono da Adamo, si possano considerare come un sol uomo in quanto convengono nella natura che da esso Adamo ricevono; perchè, giusta la dottrina cattolica, nella generazione si trasmette non la natura umana completa, ma solo la parte materiale, e questa per se stessa non è nell’istesso Adamo subjectum culpae. Ora, concesso pure che la parte materiale della natura umana sia rimasta inquinata dalla colpa dell’anima, bisogna ritenere che i figli ricevano dai padri l’infermità corporea, infermità che si comunicherebbe poi all’anima nel momento in cui questo più nobile principio del nostro essere è creato da Dio. Ma una tale uscita non è neppure accettata assolutamente dal nostro dottore, il quale, alla terza obbiezione risponde evasivamente, dicendo che quantunque nel seme non vi sia colpa attuale, vi è tuttavia in virtù dell’umana natura la quale ha in sé concomitante una tale colpa. Questo significa ragionare a vanvera. O c’è o non c’è nel seme la colpa; o nel seme c’è tutta la natura umana o no. In qualunque caso è insostenibile la teoria del passaggio per origine ai posteri del primo peccato. Se si voglia ammettere che nel seme sia la colpa, bisogna riconoscere la materia subjectum culpae, ciò che l’istessa dottrina cristiana esclude. Né giova la scappatoia, che cioè nel seme vi sia la colpa ma non in atto: perché data pure nel seme la semplice disposizione, la quale per se non è colpa, questa si potrà dir tale quando l’essere umano è completo. In questo caso, data la disposizione nel principio materiale, l’anima seconderebbe tale disposizione determinando il peccato; e ciò non si può sostenere, perché Iddio, che crea singolarmente le anime, le creerebbe in peccato. Ma, senza tener conto che, data la superiorità del principio spirituale sul principio materiale, questo può ben poco sul primo; che, dato il fatto, della creazione successiva delle anime, queste sono nella condizione dell’anima di Adamo e di Eva prima del peccato; e che la materia non può essere subjectum culpae io mi limito a mostrare la manchevolezza del ragionamento tomistico, che, sorvolando sopra tanti particolari importantissimi e per se soli decisivi, si poggia malamente sopra un supposto generico e sopra termini di paragone sconvenienti tra loro. Ho dimostrato che tutti gli uomini non si possono considerare come un sol uomo, in quanto convengono fra loro per la natura ricevuta dal primo parente. Nego ora la parità di un tale supposto con l’altro che, cioè, gli uomini di una comunità si considerino come un sol uomo, perchè la comunità suppone una convenzione e quindi il consentimento dei singoli membri, mentre ciò non esiste fra Adamo e tutti i suoi discendenti. Ciò premesso, consideriamo il paragone delle membra e del corpo. Giustamente il filosofo cristiano dice, che l’atto di un membro non è volontario per volontà del membro istesso. Chi può sconvenirne? Ma quando dice che l’atto di un uomo è volontario non per volontà dell’istesso uomo, ma per volontà di un altro, mi pare che voglia sillogizzare con la sarda salata. Perchè il paragone fosse ben proposto, gli uomini dovrebbero essere tutti membri dì un sol corpo, e quindi mossi da una sola volontà. Prima dunque di dire che l’atto di un uomo sia volontario per volontà di un altro, doveva dimostrare o che tutti gli uomini abbiano una volontà sola, o che, oltre le singole volontà dei singoli uomini, questi abbiano una volontà comune. E, se una delle due dimostrazioni non poteva fare per sostenere la sua tesi, avrebbe almeno dovuto poter negare la creazione successiva delle anime e quindi l’iniziale sdoppiamento di fatto dei due principii costitutivi della natura umana la quale si fa risultare da un atto generativo e da un altro creativo nei singoli uomini. Ne giova sostenere che la natura dei singoli è l’istessa natura di tutti, perchè, se ciò è vero, è vero pure che la singolarità non è la pluralità, e che ogni singolo soggetto porta in sé completa la natura, e questa non ricevuta interamente per l’atto generativo, ma per il concorso dell’atto creativo nella generazione d’ogni singolo individuo. Seguendo la logica del corpo e delle membra si nega la singolarità dell’essere uomo e la pluralità delle anime, giungendo a conclusioni che sconvolgono tutto l’edificio dommatico del cristianesimo, dando di cozzo in assurdi e ripugnanze che non si possono in alcun modo vincere con le solite distinzioni sofistiche, con i giuochetti di parole o col trincerarsi nella virtù della fede infusa. Neanche perciò il sommo Tommaso con tutta la sua dialettica è riuscito a rendere passabilmente ragionevole la teoria del peccato originale, che, senza tanti lunghi rigiri di parole, dovrebbe essere messa in quarantena per la semplice ripugnanza dell’unione sostanziale tra lo spirito e la materia. Ma l’assurdo, la ripugnanza e l’immaginazione sono la trinità ispiratrice di tutta la dottrina cristiana che fa appello alla ragione solo per farne strazio.

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Capitolo XIII

«L’anima umana fra tutte le forme delle quali la materia è capace, è la perfettissima. Laonde essa anima umana, non è solo principio di quella cognizione che si fa col mezzo di organo corporeo, ma, perché è innalzata sopra la materia, ha naturalmente cognizione ed intendimento separato dalla materia. Da questo viene che la sia perpetua, come disse il Filosofo (Metap, XII) perché essa sola fra tutte le forme è superstite alla corruzione del composto. Però sendo ella perfettissima fra tutte le forme materiali e contenendo virtualmente l’anima vegetativa della pianta e la sensitiva del bruto, è necessario che contenga virtualmente tutte le altre forme materiali. E così, in quanto spetta a ciò, è essa perfezione del corpo (est perfectio corporis) ed è nello stesso genere con le altre forme corporali e materiali » (1).

Per certo, quando si voglia leggere un libro di filosofia tomistica et similia, o bisogna aver fatto uno studio speciale della terminologia o bisogna rassegnarsi a non intendere nulla. Io debbo confessare che della terminologia conosco solo il numero, che conta 116 parole di colore oscuro, e perciò, avendo domandato al reverendo padre Cornoldi, che cosa ne pensasse dell’anima umana, ed avutane la risposta nei termini riferiti, mi son trovato nei panni d’un analfabeta innanzi a un geroglifico egiziano. Ma il padre Cornoldi, che è tanto buono, mi viene in soccorso con una nota che mette in fondo alla pag. 325 del suo libro e formulata nel modo seguente : «In questi giorni stessi, mentre sto rivedendo questo mio Corso, veggo che balordamente ancora da alcuni si confonde materiale con materia o con corpo, e vengo censurato quasi con S. Tommaso che l’anima delle bestie è un pezzo di materia o di corpo. Oggimai la ignoranza di tali censori si può dir crassa e supina. Lo dissi già sopra e lo provai ch’è materiale ciò che dipende in fieri et operaci dalla materia. Cosi per esempio la forza ch’è in un corpo è materiale, ma non è materia». Sento il dovere di ringraziare con tutto il cuore il padre Cornoldi, che mi fa intendere come nei libri di filosofia scolastica le parole abbiano un significato diverso da quello riconosciuto dal comune consentimento. Dunque la parola materiale, pur essendo un qualificativo derivato dal nome materia, si può bellamente appropriare a qualche cosa che non sia materia. Balordi ed ignoranti quelli che ritengono il contrario ! Ecco dove si giunge quando si filosofeggia alla tomistica ! Non tutto ciò ch’è materiale è materia, che logica ! La firza ch’è in un corpo è materiale, ma 11011 è materia; ben detto. Però, si potrebbe in grazia sapere che cosa è la forza? Una palla, lasciata senza spinta sopra un declivio rotola e otolerebbe in perpetuo se il declivio fosse infinito. In questo caso qual’è la orza che determina il moto della palla? E’ forse qualche cosa distinta dal ;orpo inclinato è dalla palla? Il declivio e la rotondità determinano certamente il moto, ma l’uno e ‘altra sono materiate nel corpo inclinato e nella palla, e la forza non è ivalche cosa separata dalla materia del corpo e della palla. L’idea del moto nasce nel nostro cervello nell’apprendere un corpo n movimento. Ora perché il moto potesse essere qualche cosa di materiale ion materia, bisognerebbe che nel fatto noi lo potessimo separare dal corpo, ), almeno, non potendo avere questa prova reale, ciò potessimo fare nella ìostra mente. Nessun cervello potrà concepire il moto indipendentemente la un corpo in movimento, perchè, anche quando nella mia mente io dico noto, forza, senza pensare a corpo alcuno, il mio verbo mentale si riferisce tempre alla materialità del fatto appreso e specificato con quelle parole, che ieparate dal fatto reale sarebbero dei segni senza nessun valore. _d’operazione della nostra mente che chiama palla il corpo che rotola e moto )forza l’atto del rotolare, quello per cui la palla rotola, è un fenomeno che ion muta il fatto reale della palla rotolante per sé; è il processo necessario ala conoscenza che non può modificare l ‘obbietto conosciuto, in cui non si )uò ammettere un doppio principio di esistenza reale, l’essere, cioè, e quello )er cui è. Per quanto si voglia essere balordi e ignoranti, i censori del padre pur concedendo il materiale che non è materia, non potranno siammai riconoscere la realtà dell’essenza e dell’essere, come se l’essere non bsse l’essenza, e questa non fosse l’essere. Ma torniamo all’anima umana che vorrebbe essere una forma )erfettissima della materia, e principio non solo di quella cognizione che si ‘a col mezzo di un organo corporeo, ma, perchè è innalzata sopra la materia, la naturalmente cognizione e intendimento separato dalla materia. Che un principio materiale perfettissimo (materiale qui non è nateria) muova un organo alla conoscenza, e, appunto perchè è qualche osa di materiale non materia, avrebbe insieme cognizione e intendimento separato dalla materia, non mi so proprio come possa naturalmente tvven ire. Invece ciò è naturalissimo per la filosofia scolastica, che dimostra ‘immaterialità dell’anima intellettiva. « Abbiamo già dimostrato in che consista l’essenza della vita. Ella è msta nella operazione immanente: ossia in quella che ha principio e termine sello stesso operante, e lo perfeziona. Il primo grado delle operazioni rnmanenti è sito nella nutrizione, nello aumento e nella generazione; il ;mondo nelle varie sensazioni; il terzo in quello che diconsi operazioni intellettuali. Di queste abbiamo intima esperienza: mercecchè noi sperimentiamo incessantemente avere luogo in noi, non solo le operazioni recate in primo luogo ed in secondo, ma ancora le cognizioni immateriali ed i liberi atti della volontà. Io con la mia mente penso a Dio, alle intelligenze separate dalla materia, alla virtù, all’ordine, a I bello, al sublime, al vero, al buono, e perciocchè tutte coteste cose le quali non sono né colorate, né triangolari, né dolci, né dure, ecc., non sono oggetto dei sensi, il bruto non ne può avere sensazione. Quando io conosco siffatte cose, per certo opero dentro di me, e le mie operazioni immanenti sono assai più elevate di quelle che appartengono alla sensibile cognizione dell’animale. Per simile guisa il bruto è determinato necessariamente ad operare, parchè, come dicemmo altrove, non può stabilirsi a piacimento la forma, che è il principio quo della sua operazione. Per contrario io non solo mi sento inclinato al bene in universale per necessità della mia natura, ma mi prefiggo a piacimento la forma della mia operazione; e lasciata quella, con cui sto operando, per unirmi ad un bene attraente quanto si voglia, preferisco di operare con un’altra, che mi adduce ad un bene eguale a quello, od anche minore di quello. L’operazione dell’appetito del bruto è necessitata perciò, che la forma conoscitiva in lui è singolare: in me l’appetizione è, libera perchè le forme conoscitive sono universali. Perciò l’uccellino che fa il suo nido, non ha elezione nel modo di farlo, e lo fa sempre come il fece la prima volta, determinatovi dall’istinto con cui segue una forma singolare; laddove l’architetto ha il potere di scegliere tra mille idee quale più gli aggrada da esprimere nella casa o nel palagio che deve edificare. Questi atti di volontà che sono in me e quegli atti d’intelligenza, onde penso, giudico, ragiono, sono quegli atti immanenti, nei quali dimora la vita intellettuale di cui discorriamo. Conclusione I. — Vi è nell’uomo il principio della vita intellettiva. Gli è certo che vi è in me la vita intellettiva; questa è un effetto od un principiato; dunque ve ne deve essere la causa, ovvero il principio. Conclusione Il. — Il principio della vita intellettiva non può essere una potenza organica. Abbiamo già veduto come la vita vegetativa e la vita sensitiva procedano, come da principio, dall’anima insieme e dalla materia, ossia da potenze organiche: questo neghiamo qui potere avvenire nel fatto della vita intellettiva. Sul quale proposito si ponderi attentamente questa dottrina del Suarez: Non può l’operazione essere in ordine diverso da quello in cui si trova la potenza dalla quale deriva. Imperocché la potenza, viene ad essere specificata dall’atto, e per converso l’atto riceve dalla potenza la sua dignità ed eccellenza; e poi anche perché, nel caso presente quella operazione è atto immanente, il quale viene ricevuto in quella stessa potenza da cui viene prodotto (a quo elicitur); e però se è spirituale non può essere ricevuto che da una potenza spirituale. Irta° siffatto principio, dall’essere gli atti della vita intellettiva immateriali ~remo per conseguenza legittima essere immateriale il loro principio, àe la potenza. Dipendendo pertanto la verità di questa gravissima conclusione dall’essere di fatto immateriali gli atti intellettivi, questa materialità vuol essere dimostrata con saldi argomenti » (1). Agli argomenti che ometto di trascrivere, risponderò singolarmente, o precedere alcune osservazioni intorno a quanto ho fin qui riferito. Anzitutto quando si dice che noi esperimentiamo incessantemente avere luogo in noi, non solo le operazioni recate in primo luogo ed in serondo, ma sì ancora le cognizioni immateriali, per soggiungere tosto, io penso a Dio alle intelligenze separate dalla materia, alla virtù, ecc., e poi, perriocché tutte coteste cose le quali non sono né colorate né triangolari, né doki. né dure, non sono oggetto dei sensi, a me sembra che si mandi a spasso arche la logica scolastica, la quale dovrebbe insegnare, che pensare non aie conoscere; quindi nessuna cognizione immateriale esperimentiamo col semplice pensare a qualche cosa d’immateriale, come più chiaramente rò in seguito. Mi passo dal far parola degli atti della volontà, di cui vorrò ~onere separatamente, e noto qui solo che ai bruti non si può negare risso intellettivo assolutamente, chiamando istinto la causale che li guida nigie loro operazioni, e ritenendo che essi siano determinati incessariamente ad operare in quel modo determinato e singolare. Invero se l’uccello fa il nido sempre all’istesso modo, ciò è perchè non varia la sua necessità naturale; ma cambia il luogo, scegliendo il più remoto, quando il sia scoperto e distrutto; anzi, osservazioni personali e comunissime, xrchè dalla gente di campagna se ne ha la conferma costante, mi hanno teso constatare il caso di uccelli, che, avvedutisi di essere stati spiati e iezperti nel loro nido, se ne sono allontanati asportandone le uova o i scoli nati. Come spiegare ciò col semplice istinto? Non prova invece un ad fatto che nel cervello dell’uccellino si compie un’operazione simile a qmdla che si compie, nella nostra mente, e che chiamiamo di conoscenza? ~tre come spiegare il fatto dell’affezione del cane per un determinato afrvicluo, e dell’avversione che il cane istesso dimostra per chiunque gose far violenza contro il suo signore? La semplice distinzione che fa il une da guardia tra i passi e la voce del suo signore e i passi e la voce di altre persone. esclude l’istinto: e una conferma di ciò si può ben vedere nel fatto, che i cani subiscono pazientemente le torture dei fanciulli e del proprio fiore. mentre mostrano i denti a chiunque altro si permetta la più laracente carezza. Questo prova la coscienza del cane, che nei fanciulli e ad suo signore non conosce ostilità. Ma v’ha di più. Chi non ha osservato nei gatti, nei cani istessi, ed anche in altri animali addomesticati come essi, dopo aver arrecato un danno qualsiasi, o sfuggono il padrone, o l’avvicinano mostrando chiaramente il loro timore? Io ho l’esperienza di casi ancora più singolari, e, valga per tutti, il gatto che sta a guardia dell’arrosto. Ora, se l’istinto parlasse assoluto in tali animali tutto questo non si potrebbe avverare, né i bruti dovrebbero poter essere suscettibili di educazione alcuna. Il contrario invece dimostra che non sempre l’istinto cieco muove i bruti ad operare, ed io ritengo che l’istinto vero e proprio non si debba ammettere, in nessun essere vivente la vita sensitiva, perchè la sensazione importa sempre una certa conoscenza. Quello che si vorrebbe chiamare istinto non è altro che la condizione prima della materia organizzata, in forma vitale, con tendenza ad operare e perfezionarsi. È uno dei soliti giuochi d’immaginazione il voler mettere un abisso tra la natura così detta bruta e la natura umana. Di fronte al fatto bisogna riconoscere che è infondata la nostra superbia, e che, se l’uomo può dirsi superiore a tanti altri esseri viventi, ciò è solo perchè sta agli ultimi gradini della scala segnata dalla materia vivente nella sua evoluzione per raggiungere la forma più perfetta, restando ferma ed invariata l’unità di natura. L’inferiorità perciò determinante la gradazione in tutti gli esseri viventi fino all’uomo, è da ricercarsi nella quantità ma non nella qualità. Chi ha insegnato alla cagna di seppellire i propri nati cosi come si pratica dagli uomini, facendo un buco nella terra? Questo fatto è di una eloquenza irresistibile. Una riprova di questa verità la troviamo in individui umani che hanno le facoltà intellettive talmente ottuse, da scapitare nel confronto con l’ultimo dei bruti. L’intelligenza non è un privilegio assoluto dell’uomo ma in lui è solamente più varia e più perfetta. La conclusione seconda perciò: Il principio della vita intellettiva non può essere una potenza organica, non è giusta; perchè volendola riconoscere tale, bisognerebbe ritenere che anche nei bruti vi fosse un principio di vita intellettiva non organico. Il Cornoldi scrive: Abbiamo già veduto come la vita vegetativa e sensitiva procedano come da principio, dall’anima insieme e dalla materia, ossia da potenze organiche. Che vuol significare ciò? Che l’anima e la materia sostanzialmente unite formino una potenza organica, o che l’anima come la materia sia potenza organica? Qui si vuol discorrere solo dell’anima vegetativa e sensitiva ed io mi domando: o quest’anima è una potenza organica, distinta dalla materia, potenza organica anch’essa, o pur no.

Nel primo caso l’anima potenza, organica è materia o è semplicemente materiale? Se bisogna ritenerla semplicemente materiale, come può dirsi organica? Se è organica ed è necessariamente materia, come può essere contenuta virtualmente nell’anima intellettiva? Nel secondo caso, dato che queste due potenze s’identifichino, perchè separarle? Dopo tutto la vita intellettiva non ammetterebbe come principio una potenza organica. Le parole innanzi riferite del Suarez non fanno una grinza ma non dimostrano niente. Noi possiamo conoscere tutto ciò che può cadere sotto i nostri sensi. Il pensare a Dio, alle intelligenze separate dalla materia, alla virtù, alla bellezza, al vero, al buono non significa punto conoscere Iddio e tutto il resto. Conoscere importa avere nella nostra mente la riproduzione circostanziata di una cosa in tutte le sue particolari note differenziali di forma, di peso e di misura, di qualità e di quantità nettamente definite. Conoscere vale il pensare; ma l’atto del pensare che non risponde ad alcunché determinato, realmente esistente o anche possibile per relazione necessaria alla realtà, non può valere l’atto della conoscenza. Se l’atto della conoscenza è spirituale, non può essere ricevuto che, da una potenza spirituale, così il Suarez; ed io, senza smentire una tale asserzione, confutando gli argomenti che vorrebbero dimostrarla, dimostrerò invece che non può darsi atto conoscitivo immateriale, perché nessun obbietto della nostra conoscenza è immateriale, escludendo così la necessità d’una potenza spirituale, principio di vita, intellettiva, la quale non è altro che un perfezionamento della vita vegetativa e sensitiva, e come questa ha il suo principio in una potenza organica e quindi materiale nel senso vero e proprio, e non nel senso scolastico. I. I verbi mentali e immagini che si trovano nella nostra mente non rispondono a cose del tutto astratte dalla materia e indipendenti dalla quantità. Ogni verbo mentale o determina, un obbietto materiale, e quindi desta in noi l’immagine di esso per la quale ne abbiamo la conoscenza, o non determina alcun obbietto materiale, e perciò non può destare in noi nessuna immagine, non ci da conoscenza alcuna, ma è la semplice parola materiale appresa dal senso della vista, dell’ udito o anche dal tatto. II. Quando io sento dire : Jeova, Eloim, Teos, Deus, Dio, Dieu, Gott, God, conoscendo queste varie favelle, ricevo certamente varia e diversa mutazione nella potenza organica dell’udito, e ciò dipende unicamente dalla varietà materiale di dette parole; ma la stessa varia e diversa mutazione la ricevo anche nella potenza organica intellettiva, perchè le parole istesse non suscitano in me un istesso fantasma determinato, non mi danno altra conoscenza, oltre del valore che realmente hanno come segni materiali di una cosa che non si conosce, non si può conoscere, e che perciò realmente non esiste. Così, quando io ascolto la parola Giove, in me si suscita un fantasma determinato che rappresenterà la deità pagana, avente forma e operazione umana, 0 il pianeta determinato col nome di Giove. Se io non conoscessi la storia, e non sapessi che v’è un pianeta, cui si è dato il nome di Giove, ascoltando una tale parola nella mia mente non si formerebbe altro fantasma che non siano quelle cinque lettere messe insieme. III. E’ una gratuita asserzione il terzo argomento che ci attribuisce la cognizione d’infiniti oggetti, i quali non possono materialmente muovere con verace moto locale; quali sono Dio, la virtù e tutto ciò ch’e privo di quantità. Anzitutto Dio non si conosce, se non come una parola, un segno materiale e nulla più. Tutto ciò poi ch’è privo di quantità non si conosce se non in quanto s’identifica con qualche cosa di materiale ed organico, cui si conviene come nota differenziale. Per quanto io mi sforzassi di separare la vir dall’ uomo virtuoso 0 da un’azione virtuosa, la bellezza da un oggetto bello, l’ordine da oggetti materiali ordinati, ecc., non riesco ad avere nella mia mente altra conoscenza che le lettere alfabetiche di cui tali parole risultano composte, se respingo l’immagine degli oggetti materiali cui esse sono appropriato. IV. Di niun valore è il quarto argomento che vorrebbe sostenere come non possa dirsi organica quella potenza, la quale nel conoscere si oppone e corregge l’apprensione della potenza conoscitiva organica. La conoscenza del remo, che in realtà non è spezzato sott’acqua, è data dal fatto materiale che esso spinge la barca e lo si tira fuori intero; la dimensione dei pianeti, che l’occhio apprende piccolissima e noi conosciamo ben grande, è data dall’esperienza che noi abbiamo potuto fare della nostra forza visiva relativamente agli oggetti distanti. L’operazione con la quale noi si corregge l’apprensione della forza visiva è stata appresa per la prima volta in base ad un’esperienza di fatto. Quando l’uomo ancora nonaveva una tale esperienza, riteneva e conosceva gli oggetti guardati a distanza della dimensione con cui apparivano innanzi al suo occhio; ma ha potuto modificare la sua conoscenza solo quando gli stessi oggetti ha guardato da vicino, o ha avuto i mezzi per misurarli. E’ sempre il senso che muove alla conoscenza e alla correzione 0 modificazione di essa; e non si può ammettere altra potenza conoscitiva inorganica o immateriale, cui dica ordine la potenza organica, perchè tra due potenze di natura diversa non può darsi relazione senza il medio proporzionato. V. Una riprova dell’argomento precedente, che, cioè, non possa dirsi organica quella potenza la quale, nel conoscere si oppone e corregge l’apprensione della potenza conoscitiva organica, la si vorrebbe trovare nel potere che ha l’intelletto di riflettere sopra i propri atti. La riflessione, soggettiva o oggettiva che sia, è sempre la fermata della nostra mente intorno a una verità appresa. Tutto il lavorio di analisi e di sintesi, che si compie nella nostra mente con la riflessione, non giustifica punto l’esistenza in noi di un principio immateriale perchè un tal lavorio è il risultato di una ginnastica intellettuale acquisita mediante la ripetizione di atti intellettivi comuni, ossia, atti di potenze conoscitive organiche, relativamente a cose, fatti e fenomeni materiali. Nè giova opporre che la riflessione può aggirarsi anche intorno a cose, fatti e fenomeni non realmente esistenti, perchè in «questo caso, a parte che non si ha alcuna conoscenza, le cose, i fatti e i fenomeni stessi, o hanno una forma materiale determinata da cose, fatti e fenomeni reali precedentemente appresi, o non hanno nessuna immagine determinata e non possono muovere la mente a nessuna operazione di conoscenza; ed io mi rassomiglio la mente inoperosa alla caldaia a vapore con le valvole chiuse. Tanto meno si può opporre che il potere di riflettere manchi nei bruti, sia perchè noi non ne abbiamo l’esperienza, sia perché il fatto si potrebbe spiegare benissimo con la mancanza nei bruti di quella tale ginnastica intellettuale che affina e perfeziona in noi il potere conoscitivo. Però a me sembra che non ci sia bisogno di ricorrere a simili ragioni perchè data nei bruti la conoscenza per quanto si voglia imperfetta bisogna ammettere in essi anche un relativo potere di riflettere. Invero il cane che ha smarrito le orme del suo padrone o della selvaggina e si ferma col muso in aria per riprendere la via, non compie forse nel suo cervello quell’operazione che noi chiamiamo riflessione? I quadrupedi da basto, che camminano seguiti dal padrone, se questi per una ragione qualsiasi resta indietro, appena s’avvedono d’un tal fatto, si fermano ed attendono. Chi può dire che simili animali prima di fermarsi non abbiano riflettuto al fatto appreso della mancanza del padrone? VI. In ultimo il rispetto della facoltà organica al suo oggetto prova il contrario dell’asserto. La luce vivissima che accieca, il rimbombo che assorda, provano che fino a un certo punto noi possiamo conoscere la intensità, della luce e del rimbombo. Il cieco nato non può avere e non ha nessuna idea adeguata della luce e dei colori come il sordo non sa che cosa sia il suono. Il gagliardo operare dell’oggetto, non solo altera e corrompe la potenza organica del senso, ma anche la facoltà intellettiva che giunge solo la, dove giunge il senso con la sua forza di resistenza alla gagliardia dell’oggetto. Il fatto che per la conoscenza della bellezza della virtù, ecc., non si verifichi alterazione alcuna nella facoltà intellettiva dipende dalla mancanza di violenza nell’ apprensione dell’oggetto bello o virtuoso che si voglia. L’apprensione di un fatto che suscita in noi una gioia o un dolore improvviso ed intenso, non altera forse in certi soggetti la facoltà intellettiva, producendo la demenza, l’ebetismo e in molti casi anche la morte? (1) Conchiudendo, la teoria del Cristianesimo intorno alla immaterialità dell’anima intellettiva non ha nessun logico fondamento. E’ assurdo lo sdoppiamento che si vorrebbe fare dell’essere nostro, assurdo che continuerò a mettere in mostra, discorrendo del libero arbitrio. Tutto in noi è organico e materiale e tutti i nostri atti completi e determinati si riferiscono all’organico e al materiale, o direttamente o indirettamente, o immediatamente o mediatamente

(1) G. Al. CORNOLDI. La filosofia scolastica

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Capitolo XIV

Una delle verità cristiane più lungamente combattute e discusse è certamente la libertà umana o il così detto libero arbitrio. I più hanno voluto negare la liberta all’uomo sol perchè essa è inconciliabile con la divina Provvidenza. Ora, siccome io questa Provvidenza non posso ammetterla, non la discuto neppure, perchè altrimenti si vorrebbe andar troppo per le lunghe ; e ciò non mette conto, perchè da quanto ho scritto e da quanto sono per scrivere appare chiaramente come non solo la Provvidenza, ma Dio stesso, l’anima e ogni altra fantastica creazione siano ormai da relegarsi tra il rifiuto dei musei d’antichità. Ad escludere la libertà e la Provvidenza basta il fatto del fulmine che uccide. Dov’è la libertà umana e la divina Provvidenza in un tal fenomeno? Contro le molteplici obbiezioni sulla libertà umana, data la divina Provvidenza, la filosofia cristiana risponde: «Iddio diede all’uomo la libertà, e se la divina Provvidenza gliela togliesse, Iddio si contraddirebbe, ciò che ripugna alla sua infinita perfezione. Inoltre, la necessità nell’umano operare mon potrebbe derivare che da uno di quegli elementi onde la divina Provvidenza è costituita: ossia dall’intelletto e dalla volontà, o da entrambi. L’intelletto divino o si considera indipendentemente dall’atto creativo, o con questo, o dopo questo: ovvero si considera in Dio, rispetto al primo, la scienza di semplice intelligenza; o, rispetto al secondo, la scienza d’approvazione o pratica ; 0, rispetto al terzo, la scienza di visione. Egli è chiaro che la scienza di semplice intelligenza suppone il suo oggetto ideale; e quindi l’intelletto divino vede idealmente che gli uomini in tali circostanze ereati, opererebbero così o cosi, e per usare una similitudine assai adoperata îm questo proposito, siccome veggendo io chi cade, o prevedendo che altri cadrà, non sono cagione della sua caduta, così il divino intelletto non toglie la libertà delle operazioni, speculandole nel loro ideale. In quanto poi alla scienza pratica od in quella di visione, non vi ha alcuna difficoltà, perchè queste scienze sono in sé identiche con quella, e vi aggiungono solo il mspetto all’atto creativo, come concomitante o come antecedente. Quindi a tutto rigore si può anche dire, che non perciò io opero cosi perchè Dio previde, ma previde perché io opero così. Ed è vero essere necessario che avvenga tutto ciò che Dio previde, ma quella necessità è logica, non fisica, wssia in questa proporzione: p. e.: se Dio previde che tu offeso prenderai wendetta, tu la prenderai, il nesso non è fisico tra l’antecedente e il wonseguente, ma è solamente logico, ossia Iddio vide che tu avresti pigliato wendetta, e se tu non pigliassi vendetta, egli per certo non l’avrebbe veduto. Nel resto, questo vedere di Dio le azioni libere, né si fa, né si può fare teeliendo la cognizione delle cose stesse considerate nella loro esistenza, il che abbiamo detto essere assurdo trattando della scienza divina, ma si fa nella maniera spiegata da noi quando abbiamo svolto il modo onde Iddio conosce i singolari. Iddio conosce i singolari, non nella loro attuale esistenza, ma solo in astratto, come potrebbero esistere nell’ hic et nunc e non come esistono, perchè se l’intelletto divino, indipendentemente dalla divina volontà, offerisse a Dio la scienza dei singolari, attuati nella loro esistenza, questa non dipenderebbe dalla stessa divina volontà: ora ciò è assurdo; dunque la conoscenza dei singolari in Dio è, in quanto la scienza è causa degli esseri contingenti, ma è causa in quanto è congiunta coll’atto della volontà. Né la divina volontà toglie all’uomo la libertà: sia nell’atto creativo, sia colla conservazione o colla mozione o col concorso; poiché, operando in siffatta guisa, la divina volontà attua quella umana libertà che le si offriva nell’archetipo ideale divino. La volontà divina, attuando il divino archetipo, non lo cangia nella sua essenza, ma lo reca all’esistenza. Laonde portando l’essenza della creatura razionale, che, innanzi agli oggetti inadeguati della volontà, questa sia libera, tale sarà sotto l’influsso della divina volontà. Se non che, questi discorsi che noi facciamo, filosofando a priori, sono gagliardamente, anzi evidentemente comprovati dal fatto; poiché mentre siamo certissimi della esistenza della divina Provvidenza, siamo ancora certissimi e per dimostrazione filosofica e per intima esperienza della nostra libertà. Chi negasse questa, agevolmente potremmo convincerlo usando con lui un argomento simile a quello che fu adoperato contro chi negava l’esistenza del moto : e certo non vorrebbe mostrarsi colui privo della libertà di fuggire dal bastone, quando ne avesse il modo» (1). Lettore, respira alquanto con me dopo una tale tirata, per veder poi come questi sapientoni di filosofi si diano la scure sui piedi in quella che menan vanto di cogliere nel segno. La libertà umana è una pura e semplice illusione, ecco la verità nuda, reale, innegabile. Si può filosofare quanto si voglia, ma a forza di architettare parole, non si giungerà mai a snaturare la natura, a dar corpo alle ombre, alle fantasticherie. La libertà umana è esclusa anzitutto dal fatto che si nasce e si muore necessariamente. Un essere, che ha un principio e una fine indipendentemente dalla sua volontà, non può dirsi libero di libertà assoluta. Ma concediamo pure che, secondo la filosofia cristiana, l’uomo dal momento che è tale, abbia la libertà. Vediamo come sia nel fatto conciliabile la creazione dell’uomo e la sua libertà di operare. Iddio ha data all’uomo la libertà e la divina Provvidenza non glie la può togliere: ben detto.

Ora io mi domando: se noi in forza del primo fallo portiamo nella nostra natura fin dalla nascita il germe d’una infermità, per la quale il nostro libero arbitrio è indotto a scegliere piuttosto il male che il bene; in forza di che Adamo ed Eva, che erano appena usciti dalle mani di Dio, potevano volere e scegliere il male? E’ giusto che io, vedendo cadere uno o prevedendo che andrà a cadere, non sono causa della caduta. Ma se in precedenza sulla via che uno percorre io ho scavato una fossa, è certo che sono causa, che quell’uomo vi cada dentro. Ora Iddio, concependo gli archetipi o conoscendoli, è causa ideale degli stessi; quando poi questi archetipi attua nella creazione, ne è causa reale. E’ giusto ed è logico. Ma è anche più giusto e più logico ancora, che essendo Iddio assolutamente libero di pensare in un modo o in un altro gli archetipi, che con la sua volontà doveva poi realizzare, dal momento che con l’atto della volontà li ha attuati così come li aveva concepiti, è ridicolo il voler distinguere la causa ideale dalla causa reale. Sarebbe l’istesso che io pensi di tendere un laccio, e fin qui per certo non sono causa reale che alcuno vi cada, perchè il laccio sta solo nella mia mente; ma quando io ho messo a posto il laccio ed uno vi si rompe le gambe, chi vorrà sostenere che io non ne sia stata la causa reale? La Provvidenza, se fosse possibile, verrebbe mano mano correggendo l’opera stessa di Dio, senza tener conto alcuno della libertà umana che, data o non data la Provvidenza, ma posta solo la creazione, è insostenibile. Inoltre l’atto della volontà suppone l’atto intellettivo: senza la conoscenza non può darsi la volontà; e appunto perchè l’atto volitivo è determinato dall’atto intellettivo, non può darsi liberta nell’uomo. Quando noi si è affamati e ci si trova innanzi a varie specie di vivande, parrebbe che si fosse liberi di mangiare o l’una o l’altra, sol perchè si sceglie questa e non quella. In realtà non è così. O noi si conosce per prova le singole vivande, ed allora mangiamo subito quella che è più piacevole al nostro gusto; e ciò non facciamo liberamente, ma solo in forza dello stimolo che ci promette un maggior piacere. O le vivande ci sono affatto ignote, e allora si sceglierà quella che maggiormente ecciterà il senso della nostra vista o dell’odorato. Così pure quando ci si trova di fronte a un nodoso bastone che vorrebbe accarezzarci la testa o le spalle, è forse il libero arbitrio che ci mette le ali ai piedi, o non è piuttosto la conoscenza che abbiamo di quell’arnese, conoscenza che sforza a mettere tra noi e quello una rispettosa distanza? Chi ha scritto: – Certo non vorrebbe mostrarsi colui privo della libertà di fuggire dal bastone, quando ne avesse il modo con una ingenuità incosciente in tali parole sconfessa tutta la sua metafisica. Qualunque animale, che conosca per prova le carezze del bastone, fugge tutte le volte che lo vede nella mano che glie lo ha fatto conoscere. Questo fatto prova o che nel bruto v’è intelligenza e libertà al pari di noi, e quindi un principio immateriale di vita, o che noi non siamo affatto dissimili dai bruti, non siamo forniti di un’anima e di un libero arbitrio. L’asserzione, che l’atto volitivo supponga l’atto intellettivo, non richiede dimostrazione. Innanzi a uno stimolo ignoto non è possibile l’operazione della volontà. Il fanciullo minacciato per la prima volta in un modo qualunque, guarda e sorride incosciente. Se della minaccia ha conosciuto gli effetti, quando quella si ripetesse, lo vediamo strepitare, piangere e fare tutti quegli atti che il genere di minaccia e le forze gli consentono, L’istesso fenomeno si verifica negli animali. Date ad un cane affamato un sasso, esso lo addenta ma lo mette poi subito da parte; se glielo si porge una seconda volta, il cane non fa neanche l’atto di addentarlo, lo lascia cadere degnandolo appena di uno sguardo. E quanta eloquenza in quello sguardo! Ora, o quella del cane è libertà, e allora bisogna ammettere in esso l’intelligenza e la volontà, perchè qui l’istinto c’entrerebbe come i verzi a merenda e peggio; o non è libertà, e allora io non so come si possa sostenere che l’istessa operazione in noi sia determinata dalla libertà. Entrando all’oscuro in una stanza io dò di testa nell’angolo di un armadio. Tornandoci una seconda volta nelle istesse condizioni, io modifico la direzione dei miei passi e stendo innanzi le mani per evitare l’ostacolo. Questa che vorrebbe essere in me libertà, è invece una necessità voluta dalla conoscenza precedente che ho avuta dell’ostacolo. Ma qui mi si può opporre: Ad onta di una tale necessità tu sei libero di non modificare i tuoi passi, di non mettere le mani innanzi, andando a battere volontariamente e liberamente il muso contro l’ostacolo. Ammesso pure, rispondo, che ciò si potesse verificare, non sarebbe mai in forza della libertà e quindi di atto volitivo cosciente, ma avverrebbe solo per un pervertimento della mia facoltà intellettiva e volitiva, e quindi in forza di un atto incosciente e irresistibile, che è furia, demenza e non mai libertà. Niuno vorrà sostenere che nello stato di alterazione fisiologica, determinato da una violenza, possa darsi retta operazione dell’intelletto e della volontà. Chiunque non s’acqueta innanzi a questa semplicissima dimostrazione, e voglia ostinarsi ad ammettere in noi il libero arbitrio, è un povero illuso degno della più grande compassione.

[1]G.M. Cornoldi

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Capitolo XV

Da quanto fin qui s’è detto, appare manifesto come l’immaterialità dell’anima umana sia una fantasticheria bella e buona, che rientra nel campo dell’astrazione, e si debba perciò confinare in quei tali spazii immaginarii pieni della sostanza divina. Pure, a maggiormente comprovare questa verità, giova discorrerne ancora un tantino. L’anima intellettiva sarebbe creata da Dio e infusa nel corpo in fine della umana generazione, ed avrebbe in sé virtualmente l’anima vegetativa e sensitiva. « Nella generazione dell’uomo, prima vi sarà l’embrione fornito solo di anima vegetante, e poi quest’embrione avrà l’anima sensitiva. All’essere questa costituita, cesserà la prima; (entrambe sono forme materiali!) ma compiuto l’organismo nelle principali sue parti, Dio creerà l’anima intellettiva ed uniralla quale forma sostanziale all’embrione, già nelle sue parti essenziali compiuto in ragione di corpo umano. E perciocché l’anima intellettiva è più perfetta della sensitiva e della vegetativa, essa seguiterà a dare quelle attuazioni che innanzi erano successivamente date dalle due inferiori» (1). Perchè tutto questo si potesse accettare, dovremmo in un tal processo di generazione riscontrare una certa concordanza col primo atto creativo, e ciò manca affatto. Invero, Dio avrebbe plasmato il fango, e prima della spirazione divina in quel fango non era anima alcuna, Iddio perciò vi avrebbe infuso in una sola volta l’anima vegetativa, sensitiva e intellettiva. Nel processo generativo invece abbiamo prima un embrione con la sola anima vegetativa; poi, dopo un certo tempo, quest’anima cede il posto ad una forma, sempre materiale, detta anima sensitiva ; in ultimo all’embrione già compiuto in ragione di corpo umano si unisce l’anima intellettiva, che contiene virtualmente l’anima vegetativa e sensitiva. E’ questo un bel castello in aria che non regge al più lieve soffio. Anzitutto ripugna alla perfezione divina la successione in un atto istesso; perciò nel processo generativo, come è nella creazione prima, si dovrebbe avere nell’ovolo appena fecondato compiuto l’essere umano, nell’atto appunto che l’ovolo, disceso nell’utero, vi inizia la sua evoluzione, e più che un lento lavorio di trasformazione, si dovrebbe verificare un progressivo accrescimento; ciò che non è. Ma passi pur questo. L’anima vegetativa e la sensitiva sono forme materiali contenute virtualmente nell’anima intellettiva. Ora, quando l’embrione, già compiuto in ragione di corpo umano, riceverà l’anima intellettiva, quelle, che erano forme materiali inferiori, cesseranno, e le loro attuazioni saranno continuate dall’anima intellettiva che virtualmente le contiene. Ma di quelle due forme inferiori che ne è allora? Esse non sono materia e non si possono identificare con la materia; non sono sostanze immateriali e non si possono identificare con l’anima intellettiva; non possono annullarsi, perchè forma qui vale sostanza che muove degli organi con vero moto locale, e tutto ciò che è sostanza non si annienta. Dunque? O la generazione non ha niente di comune con la creazione, 0 nell’anima intellettiva abbiamo un duplicato dell’anima vegetativa e sensitiva, ciò che ripugna alla divina sapienza e onnipotenza. D’altra parte, se l’operazione non può essere in ordine diverso da quello della potenza dalla quale deriva, e se la vita vegetativa e sensitiva procedono come da principio, dall’anima e dalla materia, ossia da potenze organiche, come è possibile che una potenza inorganica e immateriale, come l’anima intellettiva, continui le attuazioni di quelle due potenze inferiori ? O nel momento dell’unione dell’anima intellettiva allo embrione compiuto in ragione di corpo umano dovrebbe in questo cessare con la forma la vita vegetativa e sensitiva; o le potenze organiche, principio della vita vegetativa e sensitiva dovrebbero continuare a sussistere separatamente dal principio della vita intellettiva. Ma la vita vegetativa e sensitiva cessa in noi con la morte; e il loro principio cessando con la creazione dell’anima intellettiva, questa ne continua le attuazioni, restando da sola unico principio della triplice vita. E se è così, perchè dire che la vita vegetativa e sensitiva procedono da potenze organiche, se esse non sono che una sola, quando l’embrione ha acquistato la facoltà di sentire, se esse cessano affatto quando l’embrione riceve infusa l’anima intellettiva? Se è così, cade l’argomento, che l’operazione non possa essere in ordine diverso da quello della potenza dalla quale deriva, perchè abbiamo nel fatto le operazioni della vita vegetativa e sensitiva in un ordine diverso da quello in cui si trova la potenza dalla quale derivano, ossia l’anima intellettiva, potenza inorganica e immateriale. Dopo tutto, quando ogni altra ragione dovesse sembrare insufficiente, sta il fatto della trasformazione dell’embrione, fatto che da solo vale ad escludere assolutamente la creazione. E che dire poi delle generazioni mostruose, che in nessun modo si dovrebbero avverare, data la creazione e una legge divina della procreazione? Che delle nascite degli ebeti? Che delle diversità delle razze? Ma v’ha qualche cosa, di più. Questa creatura nobilissima, l’uomo, che, rispecchiando l’immagine e fe perfezioni divine, dovrebbe essere il re del creato, solo a Dio inferiore, deve invece riconoscere la sua impotenza di fronte a tanti fenomeni, a tanti animali anche microscopici, che insidiano appunto e troncano quella vita che sarebbe un dono di Dio! Quale orribile   governo farebbe il creatore delle sue creature, se data la sua esistenza e quindi la sua onnipotenza con la serie di tutti gli altri attributi, permettesse lo scempio quotidiano dell’opera delle sue mani; scempio pel quale a mille a mille soccombono gli umani per terra e per mare in casi svariatissimi, dove la libertà non può nulla e la Provvidenza interviene solo quando le forze umane valgono a trionfare della violenza naturale! In ultimo noto la sconvenienza enorme del fatto che l’uomo, plasmato dalle mani di Dio, che dì Dio porta segnata in volto la immagine e la somiglianza, sia poi alla mercè di tanti esseri a lui inferiori e ne diventi anche il pasto, per trasformarsi in qualche cosa di peggio. Quanta gloria ne venga da ciò a Dio, e come se ne avvantaggi la sua infinita maestà, ognuno può giudicare.

(1) G..M, CORNOLDI, op. Cil.

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Capitolo XVI

Un fenomeno solo mi ha tenuto parecchio preoccupato, unicamente perchè non sapevo darmene una ragione adeguata, pur non avendo alcun dubbio intorno alla sua natura. Il sonno ipnotico, durante il quale il soggetto ipnotizzato pensa, vuole e opera a volontà del soggetto ipnotizzante o all’unisono con lui, è stata a lungo un’incognita tormentosa. Questa relazione tra due esseri singolari senza il medio proporzionato, mi angustiava non poco, pur trovando in essa la conferma di quanto pensavo intorno all’anima umana: perchè invero, durante il sonno ipnotico, dovrebbe dormire anche l’anima e quindi la volontà e il libero arbitrio dell’ipnotizzato. Prima ammisi l’esistenza di un fluido che si generasse in noi per le operazioni dei nervi e del cervello, fluido capace di passare all’esterno. Ma come avveniva un tal passaggio? Il telegrafo confermava fino a un certo punto il mio pensiere; ma il filo conduttore mancava. No, non poteva essere vero quello che io pensavo. La scoperta Marconi mi rivolse a quell’idea prima, il filo conduttore; non era necessario. Restava in me però sempre un dubbio. La formazione del fluido e il suo passaggio non mi sembravano in armonia con tante altre verità reali. Era necessaria la formazione di un tal fluido? A questa domanda, dopo non breve meditare, mi risposi: no. Formazione di un fluido che passi da un punto all’altro, da un soggetto ad un altro non era possibile, e quindi punto necessaria. Non era possibile, sia perchè in natura niente si forma senza la combinazione di elementi che convengono tra loro, e nel caso si aveva la formazione di un fluido con un semplice lavoro meccanico: sia perchè nessuna esperienza si poteva avere del fluido istesso per poterne accertare la realtà, e nel caso si sarebbe dovuta avere. Data una tale impossibilità, è logico che necessità non poteva darsi in nessun modo. Dunque? Il ragionamento da me fatto è semplicissimo. Come un soggetto lontano si fissa nella nostra pupilla e si presenta alla nostra mente, come l’immagine si riproduce nello specchio o si fissa sulla lastra fotografica, come l’orecchio raccoglie il suono senza che niente passi tra l’oggetto e la nostra pupilla, tra l’immagine e lo specchio e la lastra fotografica, tra l’orecchio e il punto dove si genera il suono; come il telegrafo Marconi trasmette a sterminate distanze, purchè nella stazione ricevente vi sia un meccanismo proporzionato a quello di provenienza, trasmissione che io ritengo non possa avvenire per passaggio fulmineo di fluido alcuno, perchè qualunque meccanismo e qualunque combinazione di elementi non possono dare ciò che non è nella propria natura; così le operazioni dei centri nervosi possono passare ed essere ricevute in altri centri nervosi, date le condizioni volute. Questa verità è in piena armonia con la realtà dello spazio che è la materia continua. Il fluido elettrico non esiste perchè non si può formare, perchè, anche ammessa la formazione, mancherebbe della causa proporzionata che ne determini la direzione nel telegrafo Marconi, mancherebbe della causa determinante il suo fulmineo andare a qualunque distanza, mancherebbe della ragione per la quale un’altra forza, mentre interrompe le comunicazioni del telegrafo comune, non turba quelle del telegrafo Marconi, come si è avverato prossimamente. La materia continua e il moto che nella materia stessa si produce naturalmente o meccanicamente, ci danno la spiegazione e la ragione di tutto. Nè giova opporre che la comunicazione del moto richiederebbe un tempo più o meno lungo relativamente alle distanze, perchè la proporzione c’è sempre, pur essendo appena calcolabile per il moto che si produce naturalmente, come Îa vibrazione dell’etere e calcolabilissimo per il moto meccanico che è relativo alla potenzialità del meccanismo. Questa proporzione però è relativa alla nostra potenza dì sentire, ai mezzi di cui disponiamo per constatare il moto istesso, perchè di fronte all’unità della materia non vi è successione, ma tutto è simultaneo, a quel modo che dando una strappata all’estremità d’una corda tesa, lo strappo avviene nel tempo stesso all’altra estremità. A bella prima potrà sembrare punto vera la spiegazione che io mi son data del fenomeno dell’ipnotismo, e quindi può parere specioso il mio ragionamento e senza nessun nesso logico e fisico con gli altri fenomeni citati. Ho fiducia che ciò non avverrà, sia per l’evidenza dei fenomeni stessi, sia per la semplicità del mio ragionamento che non pecca di troppa immaginazione, e si limita alla constatazione di fatti. A meglio chiarire il mio pensiere, aggiungo ancora qualche altra osservazione, Le operazioni di un centro nervoso possono passare ed essere ricevute inun altro centro nervoso. Un tal fenomeno non è il finimondo. Per mezzo dei sensi noi abbiamo la conoscenza di tutto ciò che esiste e avviene intorno a noi. I nervi sensorii raccolgono le sensazioni che simultaneamente si ripercotono nel cervello. Ciò avviene per diretta comunicazione tra l’oggetto esterno e i nervi sensorii, tra questi e il cervello, A quel modo che i nervi sensorii raccolgono le vibrazioni della materia, che è in contatto con ogni punto del nostro corpo, mettendola in relazione col cervello, cosi pure le vibrazioni della materia cerebrale, che è il centro nervoso, vanno alla periferia per mezzo di nervi sensorii efferenti e passano all’esterno. Dato il mezzo capace di raccogliere queste vibrazioni, abbiamo che il pensiere di un soggetto si riflette nel centro nervoso di un altro soggetto. Nel nostro caso, il mezzo idoneo a raccogliere le vibrazioni del cervello del soggetto ipnotizzante, sarebbero i nervi sensorii afferenti del soggetto ipnotizzato. Questi poi s’intende che è in uno stato patologico che giustifica e spiega la sensibilità dei suoi nervi, che soli possono raccogliere certe vibrazioni (1). Nè ciò deve sembrar difficile se si pensi al modo come noi ci comunichiamo i nostri pensieri, operazioni del nostro cervello. Quando io parlo opero col cervello, mentre un organo, la lingua, produce un suono che è un segno convenzionale atto ad esprimere quello che penso. Le vibrazioni della mia materia cerebrale – mentre vanno a tutta la periferia nervosa, cosi che, se non interamente, imperfettamente, io posso manifestare quello che penso con un movimento dell’occhio, della testa, della mano, del braccio e di tutta la persona, movimento che trova il mezzo idoneo a raccoglierlo nell’occhio di chi guarda; – trovano un mezzo proporzionato a essere comunicate esternamente nella mia lingua, e un altro proporzionato a raccoglierle nell’orecchio di chi mi ascolta. L’ipnotizzante e l’ipnotizzato stanno perciò tra loro come due stazioni di telegrafia Marconi, mi si passi il paragone, con la semplice differenza che in quelli è solo possibile la trasmissione per parte del primo e la ricezione per parte dell’altro; mentre le seconde possono trasmettere e ricevere. Ed ora nessun dubbio più è possibile; la realtà delle cose, degli esseri e dei fenomeni tutti s’impone con la maggiore evidenza: nessun dubbio può rimanere nella mente del lettore, che. avendomi fin qui seguito attentamente, e riflettendo all’armonia che esiste tra il pensiere e il reale esistente, deve rinunciare alla metafisica per affidarsi alla fisica, perchè solo nella realtà è riposta tutta la verità.

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Capitolo XVII

Qui mi sembra opportuno fare la mia professione di fede, recitare il mio credo, che sarà, come la conclusione del mio pensiere speculativo e la prefazione delle pagine che seguiranno, in cui, insieme ad alcune osservazioni intorno al presente ordinamento sociale, dirò come la pratica debba essere l’attuazione del pensiere, come l’etica debba rispecchiare fedelmente la verità, cui le varie manifestazioni della vita vogliono essere ordinate. Credo dunque nello spazio infinito, che è sinonimo di materia continua, infinita ed eterna. Ritengo vera la teoria dell’evoluzionismo e plaudo a Darwin, che ha saputo riordinare le fila della selezione naturale; plaudo a La Place, che facendo a meno dell’ipotesi di Dio ha determinato l’origine e la fine, come forma, s’intende, dei pianeti in genere e della nostra terra. Ritengo l’uomo come la forma più alta della materia organizzata e vivente, nato non direttamente dagli antropomorfi, ma da un essere intermedio, di cui non si conoscono ancora i soggetti della specie, che dev’essere passata presto, e di cui si potrebbe avere qualche notizia se si potesse seguire in tutte le sue fasi, notandone i più lievi particolari, il processo evolutivo dell’ovolo fecondato nell’utero della donna. Credo che in tutti gli animali, forme inferiori della vita, vi siano in potenza tutte le facoltà di cui va superbo l’uomo, che si distingue solo per una maggiore perfezione. Credo che la materia vivente in forma d’uomo, compiuto il suo processo evolutivo, che va dall’incontro del zoosperma con l’ovolo alla morte, rientra nell’officina grandiosa della natura, per inservire ad altri processi, alla manifestazione di altre forme. Credo nella fratellanza umana universale, nell’eguaglianza dei diritti e dei doveri. Credo in un giorno avvenire, in cui la specie umana raggiungerà la massima perfezione di forma, e gli uomini, educati e consci perciò della verità e del destino che li accomuna, si stenderanno la mano ignari dell’egoismo, che è la più grande sorgente di dolori, attuando il collettivismo sociale, fondato non sopra principii empirici e convenzioni violente, ma sopra il dritto che nasce dalla necessità naturale.

E’ questo un voto e un augurio.

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Capitolo XVIII

L’uomo, in virtù della conoscenza e in virtù dei mezzi che ha saputo ricercare e mettere a servizio delle proprie esperienze, ha compiuto o compie quotidianamente un lavorio mirabile di analisi e di ordine, cercando così di secondare i processi naturali e utilizzare a proprio vantaggio tutte le energie di cui e ricca la natura, energie dirette a rendere più piena la gioia della vita. Un lungo cammino resta ancora a farsi, e da quello percorso è d’uopo riconoscere come non sempre si sia raggiunto l’intento; che anzi molte volte si sia seguito una falsa via a causa di una falsa mossa dell’intelletto sviato nella conoscenza della verità; così che nell’attuazione pratica del pensiere è venuta meno l’armonia con la realtà naturale (non dobbiamo illuderci, la verità è realtà) e la vita nelle sue manifestazioni s’è trovata in contrasto più o meno aperto con la propria natura. Di qui le varie civiltà e le successive decadenze, i lunghi periodi di barbarie e di tirannie, i dubbii e le incertezze nella determinazione dei principii informatori del vivere sociale i mali che hanno sempre afflitto ed affliggono l’umanità intera. Ora, io ritengo che non possa darsi etica perfetta ossia scienza perfetta della vita pratica, e quindi non possa darsi vero benessere umano, duraturo e progressivo, senza la conoscenza della verità reale. Ed è perciò che, lungi dalle astrazioni metafisiche, riponendo io la verità nella realtà, dalla conoscenza di una tale verità deduco necessariamente i principii etici che debbono regolare le operazioni umane, per conseguire il benessere individuale e sociale. I filosofi sistematici hanno fatto e fanno dei trattati più o meno artificiosi, un lavoro di analisi e di sintesi più o meno opportuno ed utile; hanno con maggiore o minore confusionismo, con maggiore o minore incertezza, a seconda della via seguita nella ricerca del vero, determinata la regola direttiva della vita pratica. lo, che, pur inchinandomi innanzi ai generosi, i quali dedicarono tutta la loro vita al nobilissimo intento, rifuggo dalle vuote declamazioni di scuola, senza perdermi in lunghe chiacchierate, dirò alla spiccia come intendo si debba svolgere la vita pratica, additandone la legge suprema che sola ne è la base, e sola deve regolare l’opera dell’individuo e della società in ordine al fine individuale e sociale.

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Capitolo XIX

Base e fondamento dell’etica, ossia della scienza che deve regolare le operazioni della vita pratica, è la necessità naturale, che sola costituisce il dritto. Questa base e questo fondamento non avrebbero nessuna ragione di essere nella vita dell’individuo, considerato assolutamente per sé. Ma il fatto che in natura esiste l’essere umano in una doppia individualità, nel maschio, cioè, e nella femmina, impone necessariamente il dritto da cui nasce il dovere, in quanto uno dei due, fatti l’un per l’altro e destinati a riprodursi, non deve violentare i dritti dell’altro, ossia le comuni necessità naturali. Fuori della necessità naturale, tutto ciò che ha nome di dritto e di dovere, è una pura convenzione, la quale, se a quella risponde e si armonizza, riesce al bene dell’individuo e della collettività: in caso contrario è una violenza dannosa che si oppone alla verità e contrasta il benessere umano. Tutto che la natura nei suoi processi evolutivi produce in ordine alla vita umana, tutto, ossia, che è ordinato naturalmente a inservire all’uomo e a rendergli più lieta l’esistenza, tutto che può essere oggetto di umano desiderio, costituisce per l’uomo una necessità naturale, e perciò un dritto assoluto. Fin dove giunge la conoscenza, là giunge il desiderio e là giunge il dritto; quindi là deve giungere anche il possesso. Nel conseguire il possesso di tutto ciò che si può conoscere e desiderare nei limiti del dritto, ecco il fine dell’uomo individuo che, in quanto non si oppone al dritto di un altro individuo, diventa fine sociale. La vita pratica, posta sopra una tale base, è ancora lontanissima dall’attuazione vera e propria. Ma se antiche violenze, erronee convenzioni, ingiustificabili pregiudizii e una malintesa educazione hanno congiurato fin qui contro l’ordine naturale nulla impedisce che la conoscenza della verità porti alla pratica del principio fondamentale etico armonizzato col principio speculativo: determinando così la modifica delle convenzioni e la cessazione d’ogni violenza e d’ogni pregiudizio, per iniziare un nuovo indirizzo educativo delle generazioni novelle, alle quali sia dato perciò camminare per la vera via che mena al conseguimento del fine umano. Che fine dell’individuo e fine della società siano una cosa istessa, si deduce facilmente da una constatazione di fatto. L’uomo tende naturalmente a procurare il proprio maggior benessere, e questo costituisce il fine di ogni opera sua, fine a cui dovrebbe giungere individualmente se esistesse in una sola individualità numerica. Data però la pluralità degli individui e dato il fondo comune delle necessità naturali, a conseguire il fine o inserve meglio la singolarità individuale o la collettività.

Perchè fosse possibile all’uomo, individuo singolo, raggiungere il suo fine indipendentemente dagli altri individui della specie, dovrebbe egli, dal momento che comincia a vivere, poter bastare a se stesso. Questo nel fatto non è, e perciò bisogna ritenere che al conseguimento del fine umano inserva meglio la collettività, onde logicamente il fine dell’uomo individuo si rifonde nel fine sociale. Il maschio e la femmina, sol per essere tali e ordinati l’uno all’altro, determinano il dritto e il dovere: la duplice individualità umana, la generazione e l’impotenza di bastare a se stessi dei singoli individui, determinano la vita sociale come una necessità di natura, con nuovi dritti e nuovi doveri, che sono la base d’ogni ordinamento etico.

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Capitolo XX

Aristotile dice che l’ultimo fine dell’uomo è la felicità, è il ben vivere e il ben fare; è l’accordo delle condizioni subbiettive e delle obbiettive. Emanuele Kant, il solo tra i filosofi moderni che si possa contrapporre al formidabile Stagirita, dice: «L’ultimo fine dell’uomo è il volere, il solo volere, la sola condizione subbiettiva, cioè, indipendente da ogni condizione esterna (1). Col dovuto rispetto a questi due sommi, io osservo, che le loro deduzioni sono abbastanza indefinite, e messe così alle porte della scienza che deve regolare la pratica della vita, debbono necessariamente ingenerare confusione, incertezza, dubbi ed errori negli ordinamenti, nelle leggi, nelle istituzioni, nelle svariate appartenenze delle relazioni sociali, Ben dice il filosofo di Stagira, che l’ultimo fine dell’uomo sia la felicita; ma questa è una parola. Meglio avrebbe fatto dicendo in che consista la felicità per l’uomo, e fino a qual punto sia possibile. Egli determina un poco il suo pensiere soggiungendo, che l’ultimo fine sia i/ ben vivere, e il ben fare; sì, ma questa è una formola come tante altre: bisogna invece determinare la ragione del ben vivere e del ben fare. Nè più pratico è ciò che dice Kant: « L’ultimo fine dell’uomo è il solo volere.» Se per volere s’intende desiderio e il desiderio ha il suo oggetto per precedente conoscenza, passi; ma anche così il volere non è indipendente da ogni condizione esterna, perchè l’atto della volontà che segue l’atto intellettivo è determinato appunto dall’oggetto esterno, il quale, appreso dall’intelletto, muove la volontà al desiderio. Ma a parte tutto questo, a me sembra che non s’abbia punto a discorrere di un fine dell’uomo individuo, dal momento che l’uomo è fatto per vivere in società; perchè tutto ciò che conviene alla società, conviene necessariamente all’individuo; ma non tutto ciò che conviene all’individuo conviene alla società, volendo ammettere un fine dell’uomo, e ammetterlo così come vorrebbero Aristotile e Kant. Partendo invece dalla necessità naturale, dal dritto e dal dovere, il fine, che nasce naturalmente e s’impone all’uomo individuo e sociale, non può consistere, in altro se non nel conseguire il possesso di tutto il conoscibile e quindi desiderabile in ordine alle necessità naturali: ed è impossibile che nell’operare al conseguimento d’un tal fine possa nascere alcun contrasto tra il bene dell’individuo e il bene della società, perché, come ho detto innanzi, il fine dell’uomo individuo si rifonde naturalmente e necessariamente nel fine sociale, che, a volerlo convenientemente esprimere con parole proprie, vuol essere detto perciò fine umano. Qui si può dire che il fine umano sia la felicità, Ja quale non può essere riposta in altro che nella pienezza dei desideri appagati. Nella rivista Natura ed Arte ho letto in questi ultimi giorni un articolo: La commedia della felicità, in cui Lino Ferriani ha l’aria di prendere a gabbo gli uomini che sospirano ed anelano dietro un tanto bene, il quale si vorrebbe far credere impossibile. L’autore, pur rivelando una certa conoscenza della condizione di vita fatta dagli uomini a se stessi, e dicendo perciò molte cose vere, ha il torto di voler essere assoluto nelle sue conclusioni. Invece la felicità si può bellamente definire, esiste in senso relativo edè possibile anche assolutamente. La felicità e una forma della vita, come la vita è una forma della materia. A quel modo che la materia trova la sua manifestazione più alta nell’uomo, così questi trova la più alta manifestazione della vita nella felicità, la quale perciò, considerata assolutamente, è la forma più alta della vita. Ora la vita non è una commedia, come vorrebbe il Ferriani, ma è invece idillio o dramma. L’uno e l’altro possono essere incoscienti e coscienti. Dall’idillio incosciente, che fu la vita dei primi individui della specie umana, si ebbe la felicità nella forma più elementare: dall’idillio cosciente, che sarà la vita degli uomini nel pieno possesso d’ogni naturale perfezione, si avrà la felicità assoluta. Dall’uno all’altro idillio corre il dramma, che, se incosciente darà il pervertimento dell’ordine naturale e quindi dolori e follie; se cosciente, darà una felicità fatta a base di violenze, e perciò relativa e amara nel fondo.

(1) F FERENTINO – Lezioni di filosofia,

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Capitolo XXI

Francesco Fiorentino scrive che non si possa ammettere che tutta la nostra attività sia determinata sempre ed in ogni caso da un sentimento, e che ogni sentimento abbia origine da una eccitazione esterna; e sostiene contro Spencer, il quale pone a fondamento della sua psicologia appunto queste due tesi, come sia, necessario ammettere nell’uomo un’attività primordiale, originaria, la spontaneità, propria dello spirito (1). Senza seguire il ragionamento dello Spencer e, del Fiorentino – perchè con più agio a miglior tempo, se le vicende della vita me lo consentono, vorrò più largamente e con ordine manifestare tutto il mio pensiere – convengo fino ad un certo punto col secondo quando dice che la nostra attività appetitiva non sia sempre e in ogni caso determinata da un sentimento e che ogni sentimento non abbia origine da un’eccitazione esterna: e dico convengo fino ad un certo punto, perchè egli ha il merito di poter ciò asserire solo per una lacuna lasciata dallo Spencer, e non perchè ciò sia realmente vero. Lo Spencer, dimostrando che in noi nulla c’è di originario, nulla che non derivi dall’esperienza, coglie splendidamente nel segno. A lui sfugge però il fatto della spontaneità che si verifica in alcuni casi, in cui manca il sentimento, manca l’eccitazione esterna, e questo ha messo il Fiorentino sopra una falsa via. Verissimo è che in alcuni casi la nostra attività non sia determinata da un sentimento e che il sentimento non abbia origine da un’eccitazione esterna; ma da ciò ad ammettere la spontaneità propria dello spirito, ci corre. Se v’è attività in noi che non derivi da sentimento o sentimento che non abbia origine da eccitazione esterna, ciò non vuol dire che assolutamente possa darsi in noi attività’ senza sentimento e sentimento senza eccitazione esterna. La mancanza del sentimento o dell’eccitazione esterna, pur non tenendo conto che non può darsi in noi attività alcuna che sentimento non sia, potrà esserci hic et nunc prossimamente, ma l’uno e l’altra ci sono stati remotamente. Ciò che vorrebbe essere un’attività, un sentimento d’origine interna, non è altro che il ripetersi d’una operazione già precedentemente avvenuta in noi, in forza d’una sensazione, senza il bisogno che quest’ultima si ripeta. La spontaneità c’è in noi, ma non originaria, solamente acquisita. A Spencer dunque è sfuggita la spontaneità; al Fiorentino l’acquisizione. Il primo non è caduto in errore il secondo si, perchè ha dovuto far appello ad una proprietà dello spirito.

(1) F. FERENTINO, op. Cit.

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Capitolo XXII

Fin qui l’umanità è vissuta secoli e secoli fra dolori e piati, fra tenebre, incertezze e violenze. Per colpa di chi? Per colpa di nessuno, o meglio per colpa dell’errore speculativo che ha necessariamente determinato l’errore pratico e quindi il disordine sociale. A base della scienza del vivere si è posto sempre il dritto e il dovere, ma si è voluto vedere il dritto e il dovere non nella necessità naturale, bensì nelle convenzioni allo stato di fatto; e perciò s’è avverato un procedere alla cieca, una successione e una sovrapposizione di rimedi e provvedimenti che, eliminando un male, ne hanno sempre ingenerato altri peggiori; perciò la lunga storia dell’umana infelicità, il presente ordinamento sociale, fatto a base di tirannie e di rivolte, d’ingiustizie e di sofferenze, di agitazioni più o meno generose e di delazioni, di ipocrisia e di viltà. Qualunque ordinamento sarà sempre erroneo e dannoso nell’attuazione, se non risponda al fine umano, non sia in armonia col dritto, con la necessità naturale. La vita sociale è di necessità naturale e perciò dev’essere regolata a seconda di una tale necessità. La società importa l’unione per il conseguimento del fine, importa il dritto ad un tal fine e il dovere di operare a conseguirlo, importa l’eguaglianza assoluta, in tutti i membri che la compongono, come eguaglianza assoluta v’è nella loro natura. Quelle che vorrebbero essere i fattori d’una tale eguaglianza, la giustizia, ossia, e la libertà, non sono altro che l’esercizio del dritto e del dovere da parte d’ogni singolo individuo. Ivi è eguaglianza, giustizia e libertà, ove ogni ragione prima si riferisce alla necessità naturale. Tolta di mezzo la libertà, che nel fatto rifonde nel dritto naturale, la giustizia, anch’essa, è una regola determinata dalla necessità naturale ed è unica. Non può darsi giustizia distributiva propriamente detta, perchè non può darsi merito. Il merito non esiste più in uno che in un altro se tutti esercitano il loro dritto e col dritto compiono il dovere, non potendo fare esercizio di dritto senza dovere. Ora, dall’esercitare tutti i dritto e dal compiere il dovere, nasce che tuttii membri della società operino, benchè variamente, al conseguimento del fine; ed è impossibile stabilire un merito, per il semplice fatto che l’uno senza l’altro fallirebbe al fine: come nella catena non è un anello da più dell’altro.

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Capitolo XXIII

Quando si vuol parlare della società, delle così dette istituzioni sociali, o meglio ancora, della comunione umana nelle vicendevoli relazioni tra i diversi membri che la compongono, bisogna, come quando si vuol ammirare l’interno di un edificio, passare dalla porta; e porta della società è allo stato di fatto la famiglia. I filosofi tutti ricercano la genesi di questo organismo etico e imbastiscono più o meno variamente le ragioni che determinano questo primo nucleo di individui, principio e base, della società. Qui non mette alcun conto far la storia della famiglia e seguirla attraverso i tempi in tutte le sue modificazioni. Io mi domando solo che cosa sia la famiglia cosi come è stata ed esiste, e se risponda essa al principio fondamentale dell’etica , la necessità naturale. Come tutto in natura fa capo all’unità, io dico che essendo una cosa sola di necessità prima naturalmente, l’unione cioè del maschio e della femmina, una sola famiglia è naturalmente possibile, la famiglia umana che sola risponde alla necessità naturale di conseguire il fine umano. La famiglia, così come è attualmente organizzata contrasta col dritto naturale e fallisce al fine. Invero, a questo organismo sociale si vorrebbe dare per base l’amore. Ma che cosa è l’amore? I poeti i romanzieri e i filosofi stessi, hanno scritto le più belle ed insieme le più grandi stranezze intorno a questo sentimento, ma ogni mente equilibrata o lo ritiene un semplice bisogno naturale o deve ritenerlo necessariamente una mania, ad onta che anche l’austero Kant, noti che a un tal sentimento sia stato risparmiato il biasimevole nome, e che la coscienza popolare abbia avute le sue ragioni pel fare questa eccezione tra le passioni in genere. La sapienza popolare non è infallibile nei suoi giudizi specialmente quando giudica, come suol dirsi, in causa propria. Molti sono stati sono e saranno lungi dal sentire la violenza di tutte le passioni in genere; ma pochi, pochissimi, se non forse nessuno non saranno stati mai e non sono feriti, più o meno profondamente, dagli strali del figlio di Venere. Checchè si voglia dire in contrario, tutte le passioni, come l’odio, l’invidia, la vendetta, ecc., trovano la loro origine e la loro ragione nella violenza, in qualche cosa che si oppone al dritto naturale. Ora, il maschio e la femmina, sono naturalmente ordinati ad unirsi, e il bisogno dell’unione si manifesta in essi quando il loro organismo ha raggiunta la forma voluta per la riproduzione. Un tal bisogno naturale trova la sua manifestazione in un sentimento, determinato nel maschio e nella femmina dalla scelta del soggetto cui si vogliono unire, scelta che avviene in forza dello stimolo che la conoscenza dell’altro soggetto fa nascere nel maschio e nella femmina, e pel quale si sentono spinti verso di quello. Quando la conoscenza ha fatto determinare l’altro soggetto dell’unione, si ha il sentimento, l’amore; e se questo sentimento trova eco nell’altro soggetto, cosi che la scelta sia reciproca, l’amore richiede l’unione. Fin qui il processo è naturale e il sentimento dell’amore resta nei limiti d’un semplice desiderio, corrispondente alla necessità di natura. Come l’amore degeneri in mania è facile dimostrare. L’amore può diventare mania in uno o in ambedue i soggetti dell’individualità umana. Diventa mania in uno solo quando esso non trova, corrispondenza nell’altro soggetto determinato, e il desiderio anziché tacere per questo fatto, cresce in intensità, trascendendo l’ordine naturale, per il quale la soddisfazione di tal desiderio costituisce una violenza al dritto naturale del soggetto desiderato. Diventa mania in ambidue i soggetti quando, ad onta della scambievole determinazione e del comune amore, l’unione o è ritardata, 0 è ostacolata. Se appena il desiderio reciproco spinge il maschio e la femmina all’amplesso che dà la gioia più alta della vita, niente li trattenesse e li allontanasse, quante pene e quanto martirio di meno nell’uno e nell’altra! quante degenerazioni e quanti delitti non sarebbero eliminati! Invece le convenzioni che regolano la vita sociale insieme alle convenienze ed ai pregiudizii d’ogni genere, impediscono a lungo o rendono impossibile l’unione che natura vuole e comanda; ed allora il desiderio diventa furore, degenera in mania dolorosa, che strugge e consuma la vita, trascende ogni limite naturale, turbina violentemente, aggioga la ragione, determinando il pervertimento della naturale necessità in violenze dannose peril benessere individuale e sociale. Quasi sempre è l’amore allo stato di mania più o meno violenta che forma la base della famiglia; ed è questo il primo fattore, nella più parte dei casi, delle postume pene e dei dispiaceri che avvelenano la vita comune dell’uomo e della donna; perchè alla precedente tensione tien dietro naturalmente e necessariamente la reazione, per la quale, soddisfatto al desiderio e calmata la febbre dei nervi, quando pure, come non di rado avviene, la soddisfazione non sia di gran lunga inadeguata, nell’uomo e nella donna, o in uno dei due, si genera la freddezza e l’indifferenza, il disgusto e la ripugnanza, l’odio e la violenza, cause sempre di segreti martini, di aperti contrasti, di gelosie, d’infelicità, di ignobili e innominabili delitti. Una tale base della famiglia è già per se stessa sproporzionata, o meglio, inadeguata al fine umano; né più rispondente alla natura è la convenzione che su tale base regola la vita della famiglia, la convenzione del matrimonio.

Invero data la natura umana e data la necessità naturale d’ogni singolo individuo, questa convenzione che vorrebbe poi essere il fondamento della vita sociale, risponde al dritto che il maschio e la femmina hanno di conseguire il fine umano, ossia di procurarsi sempre e costantemente quei beni cui sono naturalmente ordinati ? Anzitutto il matrimonio è fondato sopra un principio di giustizia commutativa, La specie di commutazione che si avvera fra il maschio e la femmina nell’atto che si uniscono, se risponde hic et nunc alla necessità naturale d’entrambi, importa una violazione del dritto naturale degli stessi, perchè una tale commutazione è nel fatto una dedizione assoluta, una rinuncia scambievole e irrevocabile del proprio dritto. Ora, a parte che un tal fatto determinato dall’amore allo stato di mania, trascenda i limiti voluti dalla ragione naturale e porti l’allontanamento dal fine umano; a parte che la commutazione avvenga non di rado con violenza, per parte del maschio o della femmina, o anche di ambidue; a parte che l’unione avvenuta con tale base possa momentaneamente rispondere alla necessità naturale e poi diventare un tormento; bisogna riconoscere che la convenzione del matrimonio ha in sè la violazione del dritto naturale dei due cui s’impone, per la semplicissima ragione che distrugge un tal dritto per far posto al dritto convenzionale della famiglia, lo distrugge richiedendone la rinuncia, che per se stessa è una violenza, perchè la natura non si rinuncia, perchè, data una tale rinuncia, il maschio e la femmina si possono trovare costretti ad una unione contraria alla necessità naturale di ciascuno o di entrambi, per modificazioni possibili di una tale necessità, modificazioni che li possono mettere nell’impossibilità assoluta o relativa di esercitare il proprio dovere naturale. E’ chiaro da ciò come la famiglia allo stato di fatto sia un organismo etico, che, non rispondendo al fine individuale, non può rispondere in nessun modo al fine sociale. Esclusa perciò la famiglia fondata sulla mania e sulla convenzione matrimoniale, tolti gli ostacoli che impediscono l’unione del maschio e della femmina appena essi si son determinati come l’oggetto di un comune sentimento, rimanendo così l’amore nei suoi veri termini, come la manifestazione pura e semplice della necessità naturale, ne deve seguire naturalmente o ia stabilità dell’unione stessa o il cosiddetto /ibero amore. Invero il maschio e la femmina, dal momento che sentono manifestarsi in loro il bisogno dell’unione e dal momento che, determinato l’altro soggetto, con questo si uniscano, avranno anzitutto come un fattore della stabilità della loro unione, oltre l’amore vero e naturale, il possesso incondizionato del proprio dritto, che, in quanto non si oppone al dritto di ciascuno, diventa, vincolo fortissimo d’unione, perchè col dritto ambo compiranno il proprio dovere, ciò che consolida maggiormente l’unione istessa. Inoltre, quando tutti potessero indistintamente unirsi a seconda che voglia e richieda il reciproco amore, sarebbe rarissimo, per non dire impossibile, il caso in cui un soggetto sentisse il desiderio di unirsi ad un altro soggetto già unito. Ciò avviene è può avvenire sol perchè o l’unione naturale voluta dal reciproco amore di due soggetti è impedita, o perchè i soggetti istessi sono sotto l’impero d’un sentimento degenerato e quindi contrario alla natura. Una volta che ogni uomo potesse unirsi alla donna desiderata, e ogni donna all’uomo di cui ricambia l’amore, non in forza di una convenzione che annulla il dritto naturale, ma solo in virtù del sentimento che li spinge a confondere le loro vite, vibranti di felicita nell’atto della generazione: e niuna causa sopravvenisse poi a modificare la condizione di uno di essi di fronte all’altro, modificazione che contrastasse naturalmente col dritto di uno dei due, e se ne possono avverare di vario genere e per svariate ragioni; io ritengo che la singolarità e la stabilità dell’unione sia una conseguenza voluta dalla natura e risponda pienamente al fine umano. L’individualità umana è determinata in due soggetti, nel maschio e nella femmina, di cui uno completa l’altro; e dal momento che questa individualità è completata nell’unione, solo una necessità naturale, per la quale uno dei due, pur unito, sia nel fatto incompleto, dà il dritto a questi di completarsi. La poligamia e la poliandria sono contrarie alla natura umana e perciò destinate a sparire col perfezionamento della natura istessa. Il libero amore ripugna perchè annulla la coscienza e il sentimento dell’amore, ed è possibile solo fra esseri che rappresentano le prime ed infime forme della vita, o fra esseri degenerati. Qui però molte sono le obbiezioni. Anzitutto sta il fatto della sproporzione che potrebbe verificarsi fra il numero dei soggetti costituenti l’individualità umana, tra il numero cioè dei maschi e quello delle femmine. Di tutte le obbiezioni, questa mi sembra la più seria; ma siccome una armonia perfetta esiste in natura, alla sproporzione provvede la morte, provvedono le infermità e deformità innumeri, provvede la legge biologica della selezione, per la quale la materia nella sua evoluzione, tende sempre a perfezionarsi, e i soggetti meno perfezionati costituiscono il rifiuto e concorrono a mantenere. l’equilibrio. Né questa è una violenza, perché risponde ad una necessità naturale. Tutte le altre obbiezioni possibili costituiscono sempre delle eccezioni, dipendenti da un’erronea interpretazione della necessità naturale, da pervertimenti o da violenze; e da ciò nasce il bisogno d’una convenzione diretta a proteggere il dritto, a pretendere il dovere, impedendo ogni violenza: convenzione che vuol essere la base della vita sociale, o meglio della vita della famiglia umana. La famiglia, come organismo etico allo stato di fatto, anche costituita senza convenzione alcuna e senza violenze contrasta ancora con la necessità naturale perchè non risponde al fine umano. Invero, avvenuta l’unione del maschio e della femmina nel modo voluto dalla necessità naturale, se questi due soggetti potessero operare al conseguimento del loro fine indipendentemente da altri soggetti con cui hanno comune la natura e il fine istesso, la famiglia, così costituita, sarebbe per certo la forma etica di vita più rispondente alla verità. Ma così non è, perchè l’unità di fine per parte di tutti gli uomini richiede l’unità di operazione a conseguirlo, e questa unità non sarebbe possibile ammettendo le singole unioni come tanti centri di operazione, perchè il fine individuale impedirebbe la coscienza e quindi il conseguimento del fine comune; e nessuna convenzione potrebbe mai armonizzare le singole operazioni indirizzandole egualmente a questo e a quello, che in realtà si fondono nel fine umano, unico e solo. La famiglia umana dunque s’impone come la forma etica di vita più rispondente alla verità, alla necessità naturale.
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Capitolo XXIV

La famiglia umana incomincia là dove cessa il singolo soggetto dell’individualità umana, incomincia con le individualità completate dalle unioni del maschio e della femmina e da essa sorgono dritti e doveri che, senza contrastare con quelli delle singole parti, li completano, regolando le vicendevoli relazioni a seconda delle esigenze naturali, determinando il raggruppamento e l’armonia delle singole energie per il conseguimento del fine. Seguendo sempre la norma della necessità naturale, non verrà meno il dritto di nessuno, perchè nessuno mancherà al dovere; ossia nessuno fallirà al fine, se tutti concorreranno a raggiungerlo nei limiti delle proprie attitudini e delle proprie forze. Il dritto trova la sua attuazione nel possesso del fine; il dovere nell’operare ad una tale attuazione, nel lavoro. Tutti che lavorano hanno gli stessi dritti, o quella che potrebbe sembrare una violazione del dritto naturale, la distribuzione cioè e la retribuzione, se tale è nel fatto, dato il presente ordinamento sociale, in realtà non è, perchè, regolata la distribuzione e la retribuzione unicamente a seconda della necessità naturale che varia a seconda delle attitudini e quindi della diversità di lavoro, nessuna violazione è possibile. Invero, tante sono le forme di lavoro, tante sono le così dette classi sociali, in cui non bisogna ammettere differenza o superiorità di sorta, ma ritenerle come tanti anelli necessari di una sola catena, distinte fra loro perla sola diversità del lavoro che compiono. Ogni classe di lavoratori avrà dei bisogni naturali proprii, dipendenti dalle proprie attitudini naturali o acquisite e dalla forma di lavoro cui è destinata; e finché la distribuzione e la retribuzione sarà fatta nei limiti voluti da tali attitudini e da tali bisogni, non può darsi violenza; ognuno avrà il suo in proporzione della sua necessità naturale del suo dritto, e sarà mantenuta cosi l’armonia. In natura tutti gli esseri che rappresentano le varie forme della materia, organizzata, prendono singolarmente solo quel tanto che richiede la loro necessità naturale. Fra gli uomini, che rappresentano la forma più alta della materia vivente si avvera un fatto contrario alla natura; cioè, che i singoli individui tendono a prendere più di quanto è loro naturalmente necessario. Un tal fatto costituisce la più grande violenza al dritto naturale, perchè, ciò che si prende in più da uno, manca all’altro; e in questo sta la ragione potentissima che condanna il possesso individuale e quindi la proprietà. Dato il presente ordinamento sociale, erroneo e contrario al principio fondamentale dell’etica, la necessità naturale, tutto si può giustificare nel tempo istesso che tutto insieme è un errore: perciò non mette conto qui vagliare tante questioni che sorgono dalla condanna dei possessivi assoluti. Ammessa come necessità naturale la famiglia umana, col dritto e col dovere nei singoli membri, determinata la distribuzione e la retribuzione nel senso voluto, ogni questione diventa inutile. Quello che imperfettamente si avvera nella famiglia allo stato di fatto, si avvererebbe con la massima perfezione nella famiglia umana, che deve abbracciare tutti gli uomini di tutta la terra. Non mi si dica che ciò è utopia e di impossibile attuazione. Prima di fare una tale affermazione mi si dimostri erroneo il principio del dritto naturale fondato sulla necessità, mi si indichi dov’è la verità.. Ora, io sfido chiunque a trovare la verità fuori della realtà esistente e sensibile, e perciò non farò nessun conto del sentenziare in aria di quanti, con la mente piena di prevenzioni, vorranno sbadigliare un giudizio qualsiasi, che, escludendo la possibilità dell’attuazione pratica del principio etico da me determinato, ne neghi implicitamente la verità. Niente dunque d’impossibile, niente utopia, se la verità è nella realtà. Può darsi solo difficoltà, e questa grande d’una grandezza relativa agli abusi da vincere, alle violenze da eliminare, alle convenzioni da smascherare e toglier di mezzo per semplificare le relazioni sociali e metterle sulla vera via per fare che tutti abbiano a capire unabuona volta la realtà della propria natura e dei destini comuni dell’umanità. E tutto questo non è assolutamente impossibile se gli uomini che studiano la natura sapranno senza snaturarla, secondare il progressivo processo evolutivo, e la scienza dell’educazione si ispirerà al vero reale e non alle astrazioni formando la coscienza umana a seconda che richiede il dritto naturale, e non la violenza che nasce da convenzioni contrarie al dritto istesso. L’attuazione pratica di quest’etica, fondata sulla necessità naturale, non potrà essere un fatto compiuto hic et nunc, ma, una volta iniziato il cammino, alla sua luce la famiglia umana sorgerà un giorno dalle presenti rovine e non fallirà giammai al suo fine.
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Capitolo XXV

Si ritiene dai filosofi in genere che fra il maschio e la femmina vi sia una differenza fisiologica, la quale determini qualità differenti in essi, ossia diversità nel modo di sentire. L’uomo perciò sarebbe fornito di forza più della donna, e questa invece sarebbe più gentile e delicata; più robusto l’intelletto e più saldo il volere nell’uomo, più ricca di sentimento e di affetto la donna: l’uomo sarebbe più portato ad acquistare, la donna ad amministrare la casa; l’uomo sarebbe più fatto a comandare, la donna ad educare. Da tutto questo si vorrebbe far derivare la famiglia, la quale appunto richiederebbe, le une non meno che le altre di sì opposte inclinazioni nei due individui principali che la costituiscono. In verità, però, di naturale realmente nell’uomo e nella donna non v’è che la diversità organica per la quale sono ordinati ad un unico fine, e le attitudini che accompagnano una tale ordinazione per il conseguimento del fine istesso. La maggiore o minor forza, la maggiore o minore intelligenza, la maggiore o minore sensibilità, non trovano la loro ragione nella differenza fisiologica, perchè il fondo naturale dell’uomo e della donna è unico; ma il divario che corre fra l’uno e l’altra, dipende dalle condizioni che determinano il processo acquisitivo della forza, della intelligenza e della sensibilità. Quanti uomini più deboli delle donne e quante donne più intelligenti degli uomini: quante donne meno sensibili e meno affettuose, quante hanno dato prova di saper comandare! Mi si dirà che i primi e le seconde costituiscono delle eccezioni: sia pure, ma tali eccezioni non si dovrebbero verificare se la differenza che si nota fra l’uomo e la donna fosse naturale e non già determinata da una malintesa educazione che, limitando il dritto e il dovere naturale della donna, ha attutite inlei certe disposizioni a vantaggiodi altre. Francesco Fiorentino scappa a dire dopo di aver ragionato a modo suo intorno alla costituzione della famiglia appoggiandosi aduna tale voluta differenza fisiologica fra l’uomo e la donna, che l’etica, anche storicamente, prepara il dritto, e la famiglia suggerisce la proprietà. Ho dimostrato come la famiglia, in qualunque modo costituita, non risponda alla necessità naturale, perciò mi passo dal far questione intorno alla famiglia che suggerisce la proprietà. Ma che l’etica prepari il dritto, detto così assolutamente, non può passare senza osservazione. Uno solo è il dritto che è base della vita umana: il dritto naturale. L’etica, nascendo ed incominciando da questo dritto non può far altro che allargarne ed armonizzarne l’attuazione nello svolgersi della vita sociale. Un’etica che prepari il dritto è impossibile, perchè suppone la scienza prima della natura.

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Capitolo XXVI

La vita della famiglia umana, o della società, come meglio si voglia, si deve svolgere in base a convenzioni rispondenti al dritto naturale e quindi anche al fine umano. La prima convenzione, da cui ogni altra deve derivare, è la legge che protegge il dritto ed esige il dovere. Dal lavoratore della terra al lavoratore del pensiere corre una lunga serie di lavoratori, e la legge deve far sì che ognuno di essi abbia ciò che richiede la diversa necessità naturale determinata dal diverso genere di lavoro; impedendo che alcuno prenda di più a scapito degli altri, o che alcuno si sottragga al dovere. Il prendere in più e il sottrarsi al dovere costituiscono un pervertimento che sarà tanto più raro, quanto più si perfezionerà l’educazione e con questa la natura umana. La legge diretta a frenare i desiderii sproporzionati e a pretendere il dovere non è una violenza; ma può degenerare in violenza, come quella che determina la giustizia penale, che è tutta una violenza. A chi non vuol portare il suo contributo di lavoro alla vita comune, si neghi la sua parte di produzione, si tolga il dritto di partecipare al fine e muoia di fame, di freddo e di sudiciume, se pur non si riconosca in lui una imperfezione naturale per la quale non fosse suscettibile di essere utile in qualche modo. Ma la prigione, l’ergastolo e la morte sono violenze. L’unica pena rispondente alla natura, quando una pena sia riconosciuta necessaria, per il bene comune, è l’esclusione dalla famiglia umana di quei membri che fra l’armonia generale sono elementi di discordia: è la relegazione di essi in un remoto angolo della terra, dove, non avendo da sfruttare nessuno, potessero fare da sé soli i conti con i proprii bisogni. Inoltre, l’educazione ispirata alla verità reale deve far sì che niuno si possa credere da più degli altri mettendo tutti allo stesso livello, i servi e i signori, i principi e sudditi, i dotti e gli ignoranti; e una volta formata nei singoli membri della società la coscienza dell’eguaglianza naturale, senza distinzione di merito, eliminata ogni causa di violenza per la protezione del dritto individuale e per l’adempimento del dovere, non so spiegarmi come non debba esser possibile la vita della famiglia umana senza gelosie, senza smodati desiderii, senza ergastoli, senza chiese e senza case di tolleranza. Una società cosi ordinata lascia ognuno al suo posto, con la semplice differenza che la produzione del lavoro individuale è di proprietà sociale, e il lavoro non è in proporzione della moneta per la moneta, ma è una necessità naturale in proporzione delle naturali forze ed attitudini. I] primo fattore che determinerà un così fatto ordinamento sociale sarà l’educazione, la quale deve uscire dai limiti angusti del focolare e degl’innumeri istituti, per essere unica ed abbracciare tutti quelli che s’iniziano alla vita, avvicinando il figlio della gleba al figlio della reggia, onde si formi in tutti la coscienza di quell’eguaglianza naturale, di cui una malintesa scienza educativa, derivata da un’etica erronea nel suo principio, ha fatto smarrire la chiara nozione. Una tale educazione porterà alla retta distribuzione del lavoro a seconda delle attitudini di ognuno, e farà sì che un figlio della gleba possa diventare educatore e re, se pur di re ci sarà più bisogno, e un figlio di re si acconci alla vanga, se le sue naturali disposizioni non gli consentano altro genere di lavoro. I figli di quella Francia, che da un secolo e più cammina in testa all’umanità verso il vero progresso, hanno già fatto un primo passo per avviare l’educazione sulla via che natura le assegna. La soppressione delle corporazioni religiose e la legge che riserva allo Stato il dritto di provvedere all’istruzione, se sembrano una violenza di fronte al fatto, rispondono invece all’etica naturale e vera. Chi lavora per mantenere l’equilibrio e l’ordine sociale deve prevenire il disordine. La istruzione religiosa preparava la rivolta in Francia, preparava la rivendicazione, per parte dei cattolici, di quel potere teocratico che avvilisce l’uomo innanzi all’altr’uomo dalla testa tonsurata, mitrata e triplicemente coronata; ed è merito di quelli che ora stanno al governo di quella generosa nazione, se con una provvida e sapiente legge hanno prevenuto un gran male avvicinandosi ad un gran bene, facendo ossia, un passo verso la vera educazione. Nè mi si oppongano le violenze e i disordini ingenerati dall’attuazione di una tale legge perché non è violenza la forza che protegge il dritto, perchè se una tale legge sembra molesta nel primo gusto, vital nutrimento lascerà poi quando sarà digesta.

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Capitolo XXVII

Non so se altri abbia mai concepita la vita sociale cosi come richiede la verità della natura, né se una tanta verità sia balenata innanzi alla mente di governanti e pensatori antichi o moderni. Io, pur essendone profondamente convinto, ed avendo in essa la più ferma ed incrollabile fede, confesso che mi sento sconfortato al pensiere che lo scetticismo e l’egoismo congiurino a farle guerra con danno della già tanto afflitta famiglia umana. Si dirà che il mio è un bel sogno, lontano infinitamente dalla possibilità di realizzarsi; mi si chiamerà un ingenuo o uno squilibrato. No. Prima di giudicare e sentenziare, si pensi a lungo come ho pensato io; si dimostri erroneo il principio di verità da me determinato, si dimostri illogica ed assurda ogni mia conclusione, e ciò non in base ad astrazioni metafisiche o dommi, ma alla stregua di fatti inconfutabili, alla luce della realtà; ed allora solo si avrà il dritto di chiamarmi sognatore, allora solo potrò riconoscere il mio errore. Ma ho fiducia che una tale dimostrazione non possa farsi, e che nessuno perciò possa convincermi di errore, perchè niente è più evidente dello spazio infinito, niente è più vero e reale della necessità naturale. Potrò essermi sbagliato in qualche deduzione, ma resta sempre fermo il principio cui bisogna sempre far capo. Mi si dica che è qualche cosa di arduo, quanto di più arduo si voglia, nei limiti del possibile, l’attuazione pratica d’un tal principio in tutte le sue conseguenze; ma più di questo, no. Edallora, io rispondo che solo l’impossibile non si può attuare. Si stringano in un sol fascio gli sforzi di quanti intendono al benessere umano, si mettano da parte le ambizioni e le vanità, si scenda nel campo armati della coscienza d’un dritto e d’un dovere comune, si mandino a spasso i paroloni vuoti di senso, si deponga, ogni veste di nobiltà e di superiorità e parli alta la voce sola della natura che, unica e comune, riserba atutti una sorte istessa. Innanzi alla immane ecatombe di tutte le generazioni, passate attraverso dolori d’ogni genere; di fronte a tutti i dolori che intristiscono la vita delle generazioni presenti, io mi son domandato e mi domando: quid agendum? Disfare tutto? Ma come? Non si distrugge in un’ora l’opera di secoli e secoli; non si argina il fiume che, straripato, continua a raccogliere acque torrenziali. Quid agendum dunque? Una sola risposta è possibile, è semplicissima, s’impone: incominciare da capo. Una sola è la via che affida nella fitta selva di errori in cui si travaglia affannosamente, senza trovar uscita, la società moderna: l’educazione unica e vera delle nascenti generazioni.

Per questa via si mettano e presto quanti non a parole si vogliono adoperare por il benessere sociale; e sulle scuole delle pecore, sulle scuole settarie, trionfi la scuola della verità naturale; trionfo che segnerà le prime mosse della famiglia umana verso le gioie più alte della vita.

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Capitolo XXVIII

Un fatto nuovo s’è avverato e si afferma sempre più in mezzo alla società moderna: il socialismo. Qui non metto conto discorrerne a lungo: forse lo farò a miglior tempo. Non posso però passarmi dal notare come esso, pur segnando l’inizio d’un orientamento più naturale, della umanità, sia ancora molto lontano dal vero; e perciò non possa condurre a nessun pratico miglioramento duraturo. In vero, manca il principio speculativo certo ed unico, manca l’unità direttiva nell’attuazione che ingenera confusionismo e disordine. Un tal fatto perciò è in realtà una violenta reazione che prepara rappresaglie e vendette perchè invece di attutire le passioni le eccita e le alimenta: invece di educare vuol trasformare; invece di eguagliare tende a rivendicare; continuando così quell’altalena disastrosa di chi sale e chi scende, a scapito di tutti. Il socialismo, fatto arma per dare la scalata al potere deve fallire necessariamente al suo fine generoso.

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Capitolo XXIX

Per quanto può constare storicamente, in ogni tempo la religione è stata la tavola cui si sono affidate le generazioni naufragate nel gran mare del mistero dell’esistenza. Di tutte le religioni create dalla fantasia umana, alcune son passate, altre ancora pesano sull’uomo, e dico pesano perchè, non bisogna illudersi, l’uomo ha architettato la religione per avvantaggiarsene; ma questa, come qualunque altra attuazione pratica non rispondente alla verità, è stata poi per lui la camicia di Nesso. Qui giova solo discorrere brevemente della religione cristiana, della Chiesa cattolica, considerata come organismo etico che, sfatato d’ogni fondamento soprannaturale da quanto si è detto innanzi, risulta nella pratica della vita un inganno, una violenza alla natura e perciò una fabbrica di illusi e di suggestionati, di penitenti e di gaudenti, di pecore matte e di lupi rapaci. Non le future scomuniche che mi chiamerà addosso il presente libro, non aspirazioni tarpate o deluse, non livore o altra bassa passione che si voglia, mi consigliano la parola tagliente od arguta. La parola deve rispondere al fatto, alla realtà e non mi si potrà fare una colpa, se il fatto e la realtà la vogliono dura ed indigesta. Se non mettesse conto notare un tal fatto e una tale realtà, nessuna parola vorrei spendere, perchè la religione cristiana non ammette discussione; o la si accetta incondizionatamente o la si rifiuta a priori. Questo è stato ed è il mio pensiere. Innanzi alla fede cade ogni discussione. Io che la fede non ho mai avuta, ho studiato le teorie del cristianesimo per sapere fino a qual punto puntellavano la fede, e le mie conclusioni sono ormai note. Alle mie parole, perciò, non deve darsi un valore che non risponda al mio pensiere ed alla verità, un valore, cioè, di cattiva lega. Il cervello umano, staccandosi dalla realtà, non poteva creare nella propria immaginazione un mondo ideale più bello; e nella pratica, suggestionato dal suo pensiere istesso, volle formare il mondo reale sul tipo dell’ideale. Ma l’errore sta in ciò, che l’idea, per esser vera, deve rispondere alla realtà e ispesso e volentieri il cervello dell’uomo vuol fare a meno del reale per seguire l’immaginazione, andando a battere contro l’ignoto assoluto nel campo della conoscenza, contro il dolore nella pratica. Le splendide fantasie dei poeti biblici aspettavano chi le ordinasse a informare la vita sociale; e risonò finalmente la voce nel deserto, venne Giovanni Battista, che sta a Gesù di Nazaret come il Colombo al Vespucci; con la differenza, che, se il Nazareno potè dare il nome al regno di Dio, cantato nel bellissimo poema ebraico e annunziato come vicino dal Battista, ciò non fu senza merito. Invero, se la scoperta dell’America fu tutto per il Colombo e niente pel Vespucci, la costituzione della Chiesa, la fondazione del regno di Dio sopra la terra, se fu iniziata dall’austero penitente del deserto, richiese tutta la bontà, tutto il fascino suggestivo, tutta l’abnegazione e l’amore di Cristo per il benessere umano, per mettere salde radici e divenire un fatto compiuto, prendere uno dei primi posti nella storia degli uomini, o meglio nella vita di molti popoli. Lareligione cristiana, fra tutte le antiche e moderne, sarebbe ancora una istituzione utile per la gente incolta, per quanti non vogliono o non possono avere la coscienza della verità naturale e ispirare ad essa le operazioni della vita. L’utilità però che io intendo, è solo apparente, è una concessione richiesta dall’attuale stato della società fuorviata e lontana dalla via che mena al suo vero fine, perchè dall’inganno non può sorgere bene reale, e la Chiesa è fondata principalmente sopra l’inganno. Una felicità eterna è qualche cosa che farebbe comodo a tutti; ma siccome essa è solo una creazione fantastica di chi la promise la prima volta, ed esiste solo nella immaginazione di quanti in nome di quel primo la promettono ancora, così dovrà fare il suo tempo come l’Olimpo. Innanzi a un popolo asservito, afflitto da ogni sorta di mali, si leva la bionda e affascinante figura di un uomo, il quale, non potendo dar pane agli affamati, non potendo fare giustizia agli oppressi, non potendo rimuovere le cause del dolore dei suoi fratelli, prende il suo coraggio a due mani e chiama beati quelli che hanno fame, beati quelli che patiscono persecuzioni, beati quelli che soffrono e piangono, perchè la loro mercede sarà grande nel cielo. Non penso che Gesù, così parlando, avesse avuto la coscienza di illudere la plebe che lo seguiva, per quanto potesse ispirarsi a un sentimento di pietà e di compassione, perchè ciò lo metterebbe sinistramente in luce, insieme all’opera sua. Egli era in buona fede, suggestionato dalla sua idea speciosa, e perciò, anche quando il regno da lui fondato tramonterà nel mare dell’oblio, la memoria sua resterà, perchè amò gli altri uomini e seppe perdonare la peccatrice e l’adultera. Ma ciò non toglie che nel fatto i cristiani siano dei poveri illusi e che il discorso della montagna sia un’offesa ed un insulto crudele alla miseria e al dolore. Se le parole di Gesù poterono essere e sono ancora per molti un conforto, egli è perchè quando sull’intelletto pesa il mistero, quando nella pratica della vita opprime il dolore, qualunque barlume lusinga, qualunque stimolo nuovo alletta e solleva, sia pure per ricadere in un buio più profondo, per ricadere in più acerbe pene. L’illusione è stata, è e sarà sempre l’affidamento dei deboli e degli ignoranti. A contrassegnare i cristiani non poteva Gesù trovare una parola più opportuna ed acconcia di questa: pecore.

Il nome conviene stupendamente. Anche qui respingo l’idea che il nome fosse stato appropriato con coscienza. Però, se da buon pastore Cristo intendeva al bene del suo gregge. e per le sue pecorelle volle anche morire, bisogna pur riconoscere che il suo ovile è capitato poi in mani più omeno mercenarie, che l’hanno sfruttato e lo sfruttano non sempre in buona fede. Ma l’illusione, se restasse nei limiti del pensiere, non sarebbe poi il gran male. Questo incomincia e nasce col tradurre in pratica l’illusione istessa, onde si avvera la grande anomalia che vuole il dolore, come un mezzo necessario a conseguire un fine ideale sproporzionato alla natura umana. Quindi la castità, che è la violenza più grande fatta alla natura, elevata a virtù; le privazioni o le torture corporali d’ogni genere ritenute come mezzi di espiazione e di perfezione; quindi lo stuolo delle pecore matte che si tormentano, che si affollano intorno ai confessionili, per cibarsi della divinità umanata; mentre i pastori, che non debbono avere gran desiderio di ereditare la gloria del cielo, le tosano a sangue, non pregano per esse se non son pagati e, pur gridando: poenitentiam agite! si piacciono delle laute mense, delle grandiose dimore, mettendosi cosi in contrasto stridente ed aperto con le teorie che predicano. Poveri e dimessi, Cristo e gli apostoli predicarono l’evangelo, ma non sentirono il bisogno di crearsi una condizione di vita differente da quella di tutti gli altri uomini. Vivevano in mezzo al popolo, con questo dividevano il pane del lavoro, ciò che ricevevano davano, e Cristo, dicendo: se vuoi essere mio discepolo, va, vendi quello che hai e dà tutto ai poveri, escludeva nei suoi seguaci la proprietà individuale, gettando cosi le basi della famiglia umana e del vero socialismo. Chi non riconosce come oggi la Chiesa sia degenerata, e come una tale istituzione inserva a fini particolari di casta, è più che pecora. Cristo predicò l’eguaglianza, ma i suoi successori, quelli che sì dicono i continuatori dell’opera sua e degli apostoli, hanno sentito il bisogno di costituire una gerarchia che va dal Pontefice di Roma all’ultimo scagnozzo, abbracciando la lunga serie di Principi di S. Chiesa, di Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi, Monsignori, Prelati, Canonici, Arcipreti, ecc., con dritti e privilegi speciali, e l’obbligo di mandare anime in paradiso a furia di messe, di funerali e di predicozzi, o meglio, a furia del vile metallo. Ma quando si guazza nell’oro e nell’abbondanza, quando si abitano vastissimi palazzi, dove si sfoggia un lusso e una magnificenza da sultani; quando si è circondati di guardie d’onore a centinaia, si hanno cuochi, servitori e cavalli, quando si negozia alla Borsa e si comprano ville, quando si fa anche dell’usura con le proprie pecorelle, quando tutto si paga e si mercanteggia, quando a furia di pagare si aprono le porte del purgatorio e del paradiso, oh! allora non bisogna avere la faccia fresca e la spudoratezza di chiosare dal pulpito il discorso della montagna e predicare l’Evangelo. Gli ori e le gemme, che splendono nelle mani e sui petti dei tanti pastori di anime, sono il pane che manca a tante e tante delle loro pecorelle; tutte le prebende, pur ridotte ai minimi termini, di cui godono tanti ministri di S.R. Chiesa, sono la produzione del lavoro di chi trascina la vita nell’indigenza e nel dolore. In sudore vultus tui vesceiris pane, avrebbe detto il Dio dei cristiani, ma quelli che d’un tal Dio si dicono i ministri, han trovato il modo di sfuggire ad una tale legge, e mangiano il pane guadagnato col sudore che non scorre dalle loro fronti. Crescite et multiplicamini avrebbe detto Iddio, e così richiede la natura; ma la Chiesa, mettendosi al di sopra del suo Dio e calpestando la natura, impone la verginità, così che se tutti gli esseri umani avessero la felice idea di farsi tutti santi, facendo simultaneamente voto di castità, Iddio si troverebbe non poco in disdetta per aver donata alle sue creature la libertà. (1). Date a Cesare quello ch’è di Cesare, ha, detto Cristo, perchè il mio regno non è di questo mondo; ma i suoi vicarii vogliono regnare in questo mondo e nell’altro, vogliono essere Dii del cielo e Cesari della terra. E se Cristo potesse tornare, dopo un letargo di venti secoli a vedere il suo ovile, e volesse far valere i suoi dritti, buon per lui se potesse fare appello alla sua divina onnipotenza, o per certo una via crucis più lunga, un calvario più tormentoso l’aspetterebbe; perchè i suoi successori e ministri vogliono regnare da despoti sopra i futuri sudditi del regno dei cieli.

(1) Non si opponga che il crescite et multiplicamini non sia un precetto assoluto, perché pur concesso, ciò sarebbe giustificato dalla libertà umana, la quale, da un tal precetto assoluto di Dio, sarebbe stata annullata. Ma allora, perché la Chiesa si mette al di sopra di Dio, violentando una tale libertà coll’imporre il voto perpetuo di castità? Quella libertà perla quale oggi si fa voto di castità, può comandare domani il contrario.

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Capitolo XXX

Un’ultima domanda. La religione è necessaria o pur no? Dimostrata, e molto facilmente, la superiorità della religione cristiana sopra tutte le altre religioni, se n’è voluto dedurre la conseguenza, che essa sia la vera, e che in essa sia la chiave d’ogni mistero. Come una tale conseguenza sia del tutto erronea ed arbitraria, appare evidentemente da quanto si è detto innanzi. Uno degli argomenti, però, di cui i teologi e gli apologisti cristiani si fanno forti, è la necessità d’una religione. Ora, non si può negare che date le condizioni dell’umanità nei tempi andati e nei presenti, dato l’ordinamento sociale dei varii popoli, dato l’errore nella conoscenza e nella pratica della vita, data l’educazione imperfetta, e dato l’imperversare perciò di tutte le passioni umane, la Chiesa di Cristo, come qualunque altra istituzione del genere, è d’una necessità relativa. Però se si consideri la cristianità come attualmente è, composta ossia di grandi e piccoli sfruttatori e sfruttati, di fanatici e di utilitaristi, di indifferenti e di scettici, di ipocriti e di politicanti, di bighelloni e di pinzocchere, gl’illusi in buona fede essendo d’un numero ormai limitato ai neofiti e alle più ignoranti popolazioni delle campagne, su cui può, più che altro, la superstizione, anche una tale necessità relativa appare priva quasi d’ogni valore. Pure s’è voluto dire e si vuol sostenere che la necessità d’una religione sia naturale. Mai più. La logica degli scolastici ha operato ben altri miracoli, e questo perciò non è il più mirabile. Anche prima che l’umanità educata ad una scuola istessa, si affratelli e si stringa in una sola famiglia, si può fare a meno d’una religione. Ai poveri, agli afflitti, ai sofferenti si dia quanto naturalmente vale a sollevarli dalla miseria, dall’afflizione e dalle pene, ed essi non sentiranno più il bisogno d’invocare l’aiuto dei santi e del ciclo. All’agricoltore che vede minacciato dalla tempesta il frutto dei suoi lunghi sudori, si assicuri il pane, così che non abbia a risentire dei danni d’un violento fenomeno meteorologico ed egli non andrà a piangere e picchiarsi il petto innanzi a un legno a una terracotta, ad un cartone, modellati in forma di uomini 0 di donne abitanti il paradiso. Innanzi al letto d’un infermo, innanzi ad un feretro, l’uomo più colto e intelligente faccia intendere che quello che non può la scienza, non lo possono i santi, le unzioni sacre, le acque benedette o che altro si voglia; le classi più evolute, le classi dirigenti cessino da ogni pratica religiosa e diano esempio d’una vita intemerata secondo la legge naturale: e i doni votivi, le cerimonie funebri e l’incenso ai morti diventeranno presto dei ferri vecchi. Un poco più di ragione e un sentimentalismo a sistema ridotto valgono tutte le religioni del mondo. Avanti, avanti sempre nell’attuare i grandi principii della verità naturale, e la religione dell’avvenire sarà la fratellanza universale. Gli ospedali, gli asili, le varie società di assicurazione sono già qualche cosa. Educhiamoci, educhiamo, e l’umanità sarà il solo Dio di se stessa.

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Capitolo XXXI

L’avvenire è della scienza e della felicitàumana. Invano in questi ultimi tempi s’è gridato al fallimento della scienza. Questo è un grido incosciente, o è l’appello disperato di chi, sentendosi venir meno nella lotta, giuoca d’astuzia e cerca di sgominare l’avversario con l’intimargli la resa. La scienza invece ha camminato e cammina, così che oggi può ripetere le parole del Re salmista, sopprimendo la negazione non. L’insipienza antica è divenuta la sapienza moderna, che scrive, senza temere smentita di sorta:                                                                                                                     Dixit insipiens in corde suo: est Deus.

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Il piccone

Da Il Piccone di Isernia del 4 settembre 1904 Le Confessioni di un parroco (1) Stranissimo! Questo parroco che pubblicherà fra giorni il libro delle sue confessioni, io l’ho conosciuto da vicino, intimamente quasi. L’ho visto molte volte genuflesso a piè degli altari, l’ho sentito parlare commosso al suo popolo parole di fraternità, di pace, d’amore: e so anche che molte volte la sua mano benefica ha alleviato miserie ed amarezze. Ora, non senza meraviglia, lo veggo da alcuni giorni passeggiare in mezzo al suo popolo, calmo e sorridente, vestito degli abiti borghesi; lo veggo calmo e sorridente continuare la sua vita normale, senza preoccuparsi de la grave scomunica, egli che pure è stato un ottimo sacerdote e senza impensierirsi dell’avvenire che lo attende fosco e terribile. Stranissimo! Perché ha gittato la tonaca egli, 1’ Arciprete modello, che in quattro anni di parrocato non ha fatto menomamente parlar male di sé, egli che ha diviso la sua vita fra lo studio e le pratiche del suo ministero, egli che fino ad ieri, fino ad oggi è stato altamente stimato dai suoi superiori e dal suo popolo per il suo impegno, per la incensurabile sua condotta? Non amori volgari, non basse cupidigie l’hanno indotto certamente all’apostasia; e il suo popolo superstizioso e bigotto, lo circonda e l’ama ancora, lui, il prete spretato, colpito da la scomunica maggiore. Tutto ciò è sorprendente, è strano. Ma di che dunque ha potuto lagnarsi l’ex ministro di Dio per decidersi al grave passo? Non di onori, non di agiatezza, non di guadagni che sono affluiti sempre abbondantemente alle sue tasche, per quanti poi profusamente siano stati largiti…. E perché spogliarsi allora? Perché rinunziare a tanta grazia di Dio, quando ben sapeva che oggi non avrebbe avuto più né un tetto che lo ricoverasse, né un pane che lo sfamasse? Questo attendiamo ci dica il libro delle sue Confessioni, il quale, dato l’ingegno vivace del suo Autore, tutto dedito alle investigazioni speculative, non dovrà essere privo di importanza. Certo, se questo istruito Arciprete, che giammai ed a nessuno ha dato il dritto di tagliarsi i panni addosso, dopo una vita studiosa ed intemerata getta via la sua sottana e si ritira disgustato nella sua miseria, i motivi dovranno solo ricercarsi nell’evoluzione della sua coscienza… E il fatto è strano, è stranissimo.

(1)E’ don Giovanni Scarano di Trivento, ex Arciprete del Comune di Molise.

N.d.R.

Chi non rinunzia a tutto ciò che possiede non è mio discepolo.

Cristo 

Foto de il Piccone
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